23 luglio 2016

VIDEO. Italia Veloce: i mille volti della bicicletta


Storie di commercio. Chiapponi: “Per i parmigiani è stata un’industria, ma ha anche un valore quotidiano perché è utilizzata per spostarsi in città. E poi ha un valore sportivo, basti pensare a Vittorio Adorni”


di Cristina Sgobio

In una piccola officina della bicicletta, tanto semplice quanto ricercata, si nasconde Massimo Chiapponi, 47 anni. La sua testa e le sue mani si dedicano da anni al mezzo di trasporto più amato dai parmigiani, realizzando bici artigianali uniche e irripetibili, ognuna con una propria caratteristica, con un proprio gusto, con una propria storia e un proprio futuro. 

Quando nasce l’attività e come nasce l’idea?
«Nasce nel 2009 un po’ per caso, perché lavoravo da anni nel mondo delle biciclette come architetto, disegnando biciclette per marchi conosciuti, come Bianchi, ma anche perché lavoravo come allestitore di stand e punti vendita. A un certo punto, disegnando una bicicletta vintage, abbiamo vinto un premio come bicicletta vintage più bella del 2009 della rivista Wallpaper e quindi abbiamo pensato di creare un marchio nostro, sull’onda della moda che imperava in quel periodo: la moda dello scatto fisso».

Cos’è lo scatto fisso?
«È una bicicletta molto minimal, priva di freni, parafanghi, molto lunga, che permette di frenare solo con la forza delle gambe e non smetti mai di pedalare perché la ruota è continuamente collegata alla corona, quindi ai pedali. Proviene da una bicicletta da pista. È stata lanciata dai pony express negli Stati Uniti all’inizio del 2000 e su quella moda sono nati tanti filoni anche in Europa e in Giappone. All’inizio abbiamo sfruttato questa nuova lettura della bicicletta, non più come mezzo solo da competizione o di trasporto in città, ma come mezzo di moda che i ragazzi tendono a mostrare quasi come status symbol. Quindi abbiamo lanciato una linea di queste bici. Dopo, la nostra ricerca si è evoluta e si è diretta verso un gusto più maturo e vintage. Lo scatto fisso era una moda e in quanto tale destinata a perdersi, il gusto più radicato e stabile, come il vintage, è invece destinato a durare, e ci rappresenta di più».

Parli al plurale…
«Sì, perché io produco e sto in negozio, ma ho un socio, Massimiliano Rabaglia, che cura la comunicazione, il sito internet, i rapporti con la stampa».

Ti possiamo definire un artigiano? Se sì, cosa significa oggi fare questo mestiere?
«Assolutamente sì. Significa riscoprire valori che si sono persi nel tempo, come il lavoro con le mani: sembra una cosa banale, ma non lo è. Riscoprire quelle lavorazioni di prodotti, oggetti, dettagli molto particolari e speciali che si facevano in Italia e che si sono un po’ persi. In questo caso parliamo di biciclette: ecco, la bicicletta era un vanto molto italiano negli anni ’50-’60, le bici italiane sono conosciute in tutto il mondo per essere degli oggetti d’arte. Noi vorremmo che si potesse continuare a parlare di quest’Italia perché oggi “bicicletta” spesso è sinonimo di Cina, Thaiwan e di un’industrializzazione e di una globalizzazione come tanti altri prodotti».

Una delle vostre caratteristiche principali è l’unicità
«Sì, perché ogni bicicletta è diversa da quella precedente, quindi ogni cliente ha una bici diversa. Le facciamo su ordinazione, andando a scegliere con il cliente tutti i particolari, i dettagli, i colori, le rifiniture, i materiali e addirittura andando a personalizzare la bicicletta con una placca di metallo su cui viene impresso il nome del proprietario o la data in cui viene regalata la bici o un codice, un soprannome, e così via. In questo modo diamo ulteriormente un senso di unicità».

La bici più bella che hai realizzato e quella più difficile da realizzare?
«La più strana è stata quando ho fatto la leva del cambio con un corno di montone: è stato più lungo fare la leva del cambio che non il resto della bici! La più bella è la numero zero, quella da cui è partito tutto e che quindi non venderemo mai. Ci rappresenta molto, è color ghisa, con una sella in cuoio fatta da noi ed è la sella che rappresenta di più la corrente artistica da cui siamo partiti e che è stato il Dna del nostro gusto: il Movimento Futurista. Infatti, riprendiamo sempre una frase del Manifesto Futurista su tutte le nostre bici, su una placca. Il nostro stesso nome, Italia Veloce, deriva dall’almanacco futurista che esisteva in quegli anni. Volevamo un marchio che avesse come nome Italia per poter essere riconoscibile all’estero: capire già dal nome che si tratta di una bici italiana. Oggi, riceviamo ordini non solo da parmigiani o italiani, ma anche dal resto del mondo, Stati Uniti, Russia, Nord Europa».

Che valore ha la bicicletta per un parmigiano?
«Credo abbia tante interpretazioni. Per i parmigiani è stata un’industria perché negli anni ’50 c’erano circa 20 aziende che producevano telai. Poi ha un valore quotidiano perché è utilizzata per spostarsi in città. E poi ha anche un valore sportivo perché tanti sportivi sono nati a Parma, uno su tutti Vittorio Adorni, campione mondiale di ciclismo su strada».

La tua passione per la bici da dove nasce?
«Nasce dal Dna, visto che mio padre è un appassionato di bici. Inoltre, da bambino giocavo sempre con un mio amico, ma lui amava il calcio: io continuavo a girare in bicicletta nel cortile da solo e lui continuava a giocare a calcio contro al muro da solo. Ora, io continuo a far biciclette e lui continua a giocare a calcio».

Partecipate a eventi?
«Partecipiamo sempre a eventi legati a manifestazioni storiche, in primis L’Eroica. Si tratta dell’evento che ha generato tutto il movimento vintage della bicicletta, scatenando eventi in tutto il mondo, con bici vintage e vestiti d’epoca. Noi partecipiamo sempre. Siamo andati addirittura in Giappone, a fondare L’Eroica, e siamo andati anche in Inghilterra. Oggi questo marchio, Eroica, è stato venduto a Giappone, Inghilterra, Sudafrica, Sudamerica, Uruguay, California, Spagna, Olanda. Tra l’altro tutto questo ci ha dato una grande soddisfazione perché un giapponese si è innamorato di una delle nostre bici e ha deciso di importare le bici in Giappone e ha aperto un negozio di Italia Veloce a Tokyo».

 

Da / 3 anni fa / L'intervista /

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