30 Luglio 2016

VIDEO. Foto Carra: negli scatti, tutto l’amore per la città


Storie di commercio. Claudio ripercorre la storia dell’attività, dal 1904 a oggi: “Iniziai a lavorare in laboratorio, per sviluppare le fotografie, nelle bacinelle. Ho fatto il fotografo anche da soldato. Ma la mia più grande passione è stato il Parma Calcio”


di Cristina Sgobio

Tutto nasce nel 1904 da Giuseppe Carra che, con il socio Vaghi, riesce in poco tempo a diventare fotografo reale. «Tutte le loro foto hanno il logo della Casa Reale» racconta Claudio, il nipote. E mi mostra quelle foto, in bianco e nero, con il logo. Le guarda una a una, si perde tra i ricordi, e poi torna al presente. Mi guarda e continua il racconto. «Insomma, hanno subito avuto un grande successo – continua –. Ma c’è un “però” che ha rovinato tutto: mio nonno è morto a soli 35 anni, di spagnola. Era il 1917. I suoi due figli, mio padre William e mio zio Walter, erano troppo piccoli per prendere il suo posto. Da quel momento, Vaghi ha liquidato mia nonna ed è rimasto solo lui. Nel 1934 mio padre e mio zio fondano lo studio in Piazzale Cervi. Mia nonna ha fatto in modo che mio padre e mio fratello seguissero la stessa strada del loro papà: essere fotografi. Così ricomincia la nostra storia».

Lei quando entrò a far parte dell’attività?
«Nel 1954 quando il mio papà scelse me, tra i miei fratelli, per andare a lavorare con lui. “Tu vieni a bottega” mi disse. Pensa che facevo solo la seconda media…ed ero anche bravo. Ma a quei tempi bisognava fare ciò che diceva il papà. Iniziai a lavorare in laboratorio, per sviluppare le fotografie, nelle bacinelle. Ho fatto il fotografo anche da soldato: il militare si faceva a 21 anni, come mi videro mi dissero subito di fare il fotografo. Ma ero lontano da Parma, ero a Caserta».

Siamo quindi negli anni ’60…
«Sì, sono tornato nel ’64. Mio zio nel ’65 si è ritirato, mentre mio padre ha smesso nel ’67. Mio padre si è ritirato perché non condivideva le mie scelte: io volevo rivoluzionare tutto perché il mondo cambiava e con esso cambiava anche la fotografia. Così mi son trovato solo e ho iniziato con i primi apprendisti e dipendenti. Nel ’68 ho fatto entrare mio fratello Dino: sfondammo. Siamo arrivati a livelli altissimi, a fine anni ’70 – inizi anni ’80. Abbiamo raggiunto numeri incredibili, come 68 matrimoni in un anno. Abbiamo fotografato tutto e tutti. Dino, però, è morto a soli 37 anni a causa di un incidente».

Una delle sue grandi passioni è il Parma Calcio…
«L’ho seguito per oltre 50 anni. Già lo faceva il mio papà. E’ stata una grande passione che conservo tuttora. Ho iniziato ad andare al Tardini con il mio papà, finché verso i 16 anni mi ha finalmente dato una macchina fotografica al collo: “Mi raccomando, scatta poco perché le pellicole costano” mi diceva, perché secondo lui le mie foto non sarebbero state granché. E invece…»

La foto più bella che ha scattato?
«Quella di Crespo che esulta dopo aver fatto gol alla Juve a pochi minuti dalla fine. Noi eravamo rimasti in 9 e Crespo segnò: il Tardini esplose. Lui venne proprio nella direzione in cui ero io e quindi scattai subito. Crespo è stato molto contento di questa foto. E poi ricordo anche la foto a Massimo Barbuti che, dopo aver fatto gol, tirò giù la rameda. Quello che io considero il Parma Calcio più sanguigno e più parmigiano è stato quello che ho vissuto quando c’è stata la presidenza di Ernesto Ceresini: ho girato mezza Italia, ero sempre in tutte le curve, viaggiavo con loro. Ricordo che quando il Parma ha giocato uno spareggio a Vicenza per risalire in serie B, nel Parma c’erano il mister Cesare Maldini e il giocatore Ancelotti. Quella partita finì 1-1: andammo ai supplementari, ma il Parma aveva perso un giocatore e non aveva più sostituzioni a disposizione. Giocammo i supplementari in 10. I nostri erano demoralizzati perché avevano subito un gol durante i 90 minuti, quello del pareggio: io mi ricordo Maldini che si avvicinò ad Ancelotti e disse “Carletto, tu giochi sempre per due, ora devi giocare per tre”. Ancelotti fece due gol e vincemmo la partita».

Torniamo alla storia dello Studio Carra
«Beh, ora lo studio è di mio figlio Alessandro. Lui però ha preso un’altra branca, s’interessa soprattutto di food. Abbiamo un altro studio in via Picasso dove lavora mio figlio. Lui è sempre in giro per l’Italia, lavora per diverse aziende».

Com’è cambiato il modo di fare una fotografia?
«E’ migliorato grazie al digitale: tecnicamente possiamo fare delle cose che prima erano molto più complicate. Possiamo correggere le foto senza modificarle o cambiarle. Io fotografo soprattutto la città: ho fotografato Parma in tutti i modi…quando ancora mi piaceva, ora mi piace un po’ meno…»

Perché?
«E’ un po’ sporca, non è pulita. Ed è un peccato perché è una città stupenda, bella. E poi alcune cose sono state lasciate un po’ andare, ci sono strade dimenticate e così via. Potrebbe essere tenuta meglio. Io, come dicevo, ho fotografato soprattutto la città. Ci sono alcune foto che conservo nel cuore perché mi hanno dato grandi gioie. Abbiamo fatto, di una foto in particolare, tantissimi pannelli d’arredamento da mettere in casa o in ufficio».

Com’è cambiata la funzione della fotografia? Chi fa, oggi, le foto?
«Allora, non contiamo chi fa i selfie. Nel campo di chi lo fa per professione, se vuoi reclamizzare il tuo prodotto, vai dal fotografo: è così che si lavora oggi, soprattutto con le aziende. Oggi, l’immagine si crea, anche online, attraverso le foto. Se le foto sono di qualità, anche l’azienda rappresentata da quelle foto sarà di qualità».

Possiamo dire che oggi è più difficile fare belle foto perché c’è tanta concorrenza?
«Più che difficile, bisogna proporsi in maniera più moderna, originale e creativa. “Difficile” non mi sembra il termine adatto perché, come dicevo, il digitale ci ha dato una grossa mano. Era più difficile prima perché ogni scatto era un terno al lotto, bisognava sviluppare la pellicola per vedere il risultato».

Lei ha 74 anni ed è ancora qui…
«In un’altra intervista ho detto che non posso fare a meno di questo lavoro. Questo studio, però, prima o poi deve chiudere. Ed è un grande dispiacere per tutto e per tutti. Chi ci va avanti qui? Mio figlio non vuole continuare qui: ha visto, stamattina ho fatto solo due fototessere…mio figlio non vuole fare solo questo. Lui lavora per più aziende e questa è la sua fortuna: qui cosa farebbe? Poco e niente. Mia figlia invece, da sola, non se la sente di continuare, anche perché è mamma di due bambini. In uno studio così, ci vuole dentro un fotografo e deve essere bravo. Prima, il signore a cui ho fatto le fototessere ha detto che sono bellissime. Perché? Perché con la mia esperienza, mischiata alla tecnica, in pochi secondi scatto una bella foto. Molti mi dicono “è la prima volta che vengo bene”: perciò, ci vuole un fotografo. In più, bisogna tener presente che qui siamo in affitto…anche questo conta. Tutti mi dicono “resisti!”. Ma se fosse per me, per come mi sento oggi a 74 anni, andrei avanti per altri 26 anni. Ma non è così, perché bisogna considerare tante cose. Lo studio in via Picasso, comunque, resterà, anche se mio figlio sta cercando una location diversa: sarà una continuazione, seppur in misura diversa, dello Studio Carra».

Da / 3 anni fa / L'intervista /

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