23 Febbraio 2016

DUE CHIACCHIERE CON AL DZÈVOD

DUE CHIACCHIERE CON AL DZÈVOD

L’INTERVISTA DELLA DOMENICA. Presidente della Famija Pramzana, Maurizio Trapelli da 9 anni è la maschera parmigiana Al Dzèvod. Nel 2012 ha avuto l’idea di portare a Parma un raduno di Maschere italiane, l’evento giunge quest’anno alla V edizione


Da cosa è scaturito il tuo interesse verso la maschera Al Dzèvod?

«Tutto nasce dal fatto che ero un componente della Famija Pramzana ed è tradizione che la maschere venga impersonata da uno di loro. Nel 2006 era vicepresidente dell’associazione culturale Anna dall’Argine e, visto che nel 2007 ricorrevano i 70 anni dalla fondazione della Famija, mi chiese di rilanciare questa figura che era stata riportata alla luce da loro nel 1948 ma poi era caduta nel dimenticatoio. Anna dall’Argine vedeva in me un precedente Dzèvod, Ubaldo Grassi, e io decisi di accettare perché nel 2007 ricorreva anche il mio 60° compleanno, inoltre mio padre mi aveva sempre parlato di questa maschera, che però non ero mai riuscito a vedere e da ultimo io sono nato nella notte più parmigiana di tutte: quella di San Giovanni. L’insieme di queste coincidenze mi hanno fatto pensare che fossi un predestinato per ricoprire questo ruolo».

Quando e come nasce questa maschera?

«Innanzitutto Al Dzèvod non è una maschere storica perché non c’è un documento che certifichi esattamente quando e come avvenne la sua creazione. Noi della Famia Pramzana ci atteniamo a quanto sostiene Renzo Pezzani e altri studiosi, i quali affermano che fu inventata intorno al 1600-1620 all’interno dell’ex Collegio dei Nobili, oggi Collegio Maria Luigia. Qui fu mandato a studiare – accompagnato dal suo servo – un giovane nobile, che durante il carnevale del 1620 decise di far fare un travestimento al suo servo. Gli fece indossare un costume a quadri bianchi e rossi, composto da un corpetto e da pantaloni che arrivavano a metà polpaccio; gli mise alla cintola uno strofinaccio (boràs) che stava ad indicare che questa maschera era comunque un servo. Gli mise in testa un cappello a tre punte come andava di moda allora. Il servo, che si chiamava Salati, era molto furbo e volle darsi un nome in contrapposizione con il suo cognome. Ai tempi in dialetto parmigiano “insipido” si traduceva in “discevido”. Così cominciarono a chiamarlo in questo modo, diventando poi, nel tempo, “desevedo” e poi Al Dzèvod. Nel 1948, quando la Famia lo riscoprì si decise di cambiargli il colore del costume: da bianco e rosso, diventò giallo/blu, come i colori del Comune di Parma; lo strofinaccio fu sostituirlo con un fazzoletto di seta bianco; le punte del cappello furono arrotolate per farle assomigliare il più possibile ad un anolino. Al costume venne aggiunto anche un cestino con le violette di Parma, in onore della Duchessa Maria Luigia che tanto amava questi fiori».

Secondo te perché Al Dzèvod non ha avuto la stessa fortuna di altre maschere come Pulcinella, Gianduja o Arlecchino?

«Esistono manifesti dell’800 che attestano che Al Dzèvod ha preso parte a rappresentazioni teatrali, mai rivestendo ruoli principali, poi è stato dimenticato. Molto probabilmente il nome non era sufficientemente attrattivo, il personaggio non era abbastanza forte e quando ricomparve, a metà del secolo scorso, assunse un valore diverso dalle altre maschere».

Chi è dunque Al Dzèvod e quale ruolo ha oggi nel contesto cittadino?

«Al Dzèvod è una maschere istituzionale, i suoi padroni sono le autorità: il sindaco, il prefetto, il vescovo. Rappresenta la cittadinanza e le sue eccellenze, il suo valore non è carnevalesco, non va in giro a raccontare barzellette o a fare sketch come Pulcinella o Arlecchino. La maschera di Parma la si può trovare nelle scuole o nelle case di riposo, ad esempio, per ricordare l’importanza del dialetto parmigiano. All’inizio dell’anno – e questa è una consuetudine che vogliamo ripristinare – era tradizione che Al Dzèvod portasse i suoi saluti al sindaco e gli tirasse anche le orecchie, se tutte le promesse fatte non erano state mantenute. Sono 9 anni che mi sforzo di far capire a tutti qual è il valore culturale della nostra maschera».

Qualche anticipazione sul raduno nazionale di Maschere italiane di quest’anno?

«Come sempre si svolge su due giorni, il 14 e il 15 maggio, il sabato a Parma e la domenica in un paese della provincia. Non si tratta di una manifestazione carnevalesca ma culturale, per questo scegliamo date lontano dal carnevale. Quest’anno a causa dei tanti problemi economici che abbiamo dovuto affrontare ero quasi sul punto di desistere, poi è andata a buon fine la collaborazione con il comune di Sala Baganza e saremo presenti la domenica durante il loro Festival della Malvasia. Per il sabato a Parma le idee sono ancora un po’ confuse, vorremmo fare due o tre mini-sfilate che raggiungano piazzale Picelli, Piazzale Inzani e poi le maschere si riuniscano per raggiungere tutti insieme piazza Garibaldi, dove sarà montato un palco sul quale saranno presentate una ad una. Come da tradizione la sera è prevista una cena aperta a tutta la cittadinanza, lo spazio è ancora da definire».

Siamo ancora ad inizio anno, se lo Dzèvod dovesse tirare le orecchie al sindaco per quanto non è stato fatto nel 2105 cosa gli direbbe?

«Ci sarebbero tante cose da dire, tante cose non sono state fatte o non sono piaciute alla città: dalla brutta vicenda che ha interessato i nonni vigile, alla stagione lirica che non è all’altezza di una città come Parma, alle opere lasciate incompiute, come il Teatro del Dialetti o il Ponte Nord, fino al declassamento della Palatina, con la dirigenza che è passata sotto Bologna».

E un augurio per il 2016?

«La speranza è che il sindaco tenga fede alle tante promesse che ha fatto durante il discorso di Sant’Ilario e che alcuni progetti importanti effettivamente vengano realizzati, come il restauro e il recupero dell’Ospedale Vecchio e dei giardini di San Paolo. Un’altra cosa importante è risolvere il problema della sicurezza in città, perché alcune zone sono in balia di soggetti poco raccomandabili».

 

 

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