9 gennaio 2019

Spirit, Opportunity e Curiosity incontra Arianna Porcelli Safonov

Spirit, Opportunity e Curiosity incontra Arianna Porcelli Safonov

Seconda intervista di Barbara Rondelli. Incontro con la scrittrice e comica in uscita con un nuovo audiolibro e in scena il 10 e l’11 gennaio


Se siete seri, siete bloccati. L’umorismo è la via più rapida per invertire questo processo. Se potete ridere di una cosa, potete anche cambiarla. (Richard Bandler)

La comicità, così come le altre forme d’arte, ci fornisce una conoscenza del mondo che la semplice vita quotidiana non è in grado di offrire. Alleggerisce gli animi, ci allontana temporaneamente dai pensieri e dagli obblighi quotidiani, in modo consapevole o meno, ci sospende in un momento di liberazione.
Il filosofo francese Herni Bergson ha detto che si ride soltanto di ciò che è propriamente umano e relativo all’imperfezione umana.

L’impegno primario della comicità è quindi smascherare i vizi e le imperfezioni dell’uomo e il comico è colui che osserva atteggiamenti e sguardi per poi riproporli leggermente deformati, strappandoci una risata, a volte amara. Ed è questo che fa Arianna Porcelli Safonov, un’artista della risata, una persona profonda, coraggiosa, ironica e sorridente.

Arianna nasce a Roma, si laurea in storia del costume e per dieci anni lavora nell’organizzazione di eventi. Viaggia molto. Nel 2008 inizia a studiare teatro comico, apre un blog di racconti umoristici che si intitola MadamePipì (https://madamepipi.wordpress.com/) all’interno del quale racconta le molteplici sfumature della sua vita e dal 2010 si dedica completamente all’intrattenimento.

Oggi scrive per Fazi Editore con cui ha pubblicato “Fottuta campagna” (2015) e “Storie di Matti” (2017) e gira l’Italia coi suoi monologhi di satira sociale.

Nel 2014 ha deciso di fare una scelta poco convenzionale: tornare a lavorare in Italia. Da Madrid, dove viveva, intraprende un viaggio in solitaria con un fuoristrada, il cane e i tre gatti, per finire nell’appennino pavese.

È una domanda che ti fanno sempre, ma è d’obbligo: perché l’appennino Pavese?!
“La scelta dell’Appennino Pavese è, come narrato nel libro “Fottuta campagna”, assolutamente casuale: volevo rientrare in Italia ma non avevo abbastanza coraggio per tornare a lottare con Roma che già all’epoca, molto prima di Raggi, soffriva della sua terribile decadenza. La mia scelta fu quindi direzionata dall’idea che trasferirmi vicino Milano che sarebbe stata la soluzione migliore per il mio lavoro ma non per la qualità della vita che, dopo tanti anni di metropoli, bramavo. Dunque, mi buttai a capofitto nella ricerca di case sui primi crinali degli Appennini. Si iniziava già a parlare di ritorni alla terra e di quei luoghi abbandonati ma non immaginavo che l’abbandono sarebbe stato così prolifico per la mia professione e per la mia vita, in generale”.

Puoi fare un piccolo bilancio dopo 4 anni di “fottuta campagna”? “Oggi, dopo quattro anni, non son certa che l’Appennino sarà per sempre casa mia poiché sono, per indole, sempre con la valigia in mano. Posso però garantire che questa antica linea verticale che taglia il nostro paese conserva tutte le tradizioni, gli strumenti per arricchire le altre zone intorpidite d’Italia e tutte le ricchezze che, proprio grazie all’abbandono, forse si son potute salvare dall’attuale degrado di pianura”.

Chi torna in Italia e decide di rimanere deve farlo in maniera creativa: hai un consiglio per sfuggire al fallimento oggi?” “Credo che chi torna come chi resta in Italia debba prima di tutto desiderarlo e non subirlo. Rispetto ad altri paesi europei siamo gli unici a viziare i nostri figli fino a quarant’anni e, contemporaneamente, a sbranarli quando e se si azzardano ad uscire di casa. Quindi, il mio consiglio è di conoscere il resto del mondo per costruire il giusto senso critico personale che consenta di poter esser utili all’Italia”.

Sei una trentenne che vive un ossimoro: abiti in un luogo sperduto dell’Oltrepò pavese cercando di recuperare spazi che non sono più vissuti da cent’anni e fai intrattenimento e spettacoli in giro per l’Italia, restando connessa con il mondo grazie a internet e alle nuove tecnologie. Questa dicotomia sembra sempre presente nel tuo modo di leggere l’altro da te, ti ritrovi in questo? “Non credo di vivere un ossimoro, l’ossimoro è non rendersi conto che oggi possiamo contare su una possibilità straordinaria: quella di poter vivere ovunque ci piaccia grazie al potere della rete se però si sia disposti a disarmare il potere del contatto giusto. Vivere quassù, personalmente mi permette di depurare non soltanto i polmoni ma anche il cervello, in modo da poter guardare dall’alto problematiche che non mi appartengono più, essendomi privata del turbinio urbano”.

 Ti definisci “ammalata di depressione urbana”, cosa significa? “Significa che, in qualsiasi grande città io vada, ho un’autonomia di poche ore, esattamente come gli apneisti”.

 Hai uno sguardo critico sul mondo e una incredibile capacità narrativa che sfoderi nel momento in cui trasformi ciò che vedi in un umoristico racconto. Sei un’antropologa culturale con il senso dell’umorismo! Come reagiscono i tuoi soggetti quando si riconoscono nei tuoi racconti? I tuoi fidanzati ingegneri https://www.youtube.com/watch?v=mXU8qOLqePQ) piuttosto che la vicina (https://www.youtube.com/watch?v=eW8rq8GvHsc&t=1s&list=PLAGiARAS-wWBGaVJG7jmU7asdqSFO8o4p&index=7) o il professionista che incontri in treno (https://www.youtube.com/watch?v=jP7_hUzE3Xk)? “Ti ringrazio, antropologa culturale avendo fatto solo un esame di antropologia nel mio corso di studi è il massimo!!! Mi preme sempre ricordare che i soggetti dei racconti siamo noi tutti. Il dramma di ogni scrittore è proprio quello di temere che qualcuno possa bussargli alla porta per dirgli “Mi son riconosciuto, sei uno stronzo!”. Può capitare che io parta da un tic reale, da un fidanzato ingegnere o da una vicina di casa sui-generis ma poi, grazie a Dio, la creatività ed il combattimento contro il luogo comune costruiscono il resto e non è mai una critica alla persona ma ad un atteggiamento sociale”.

Citando il tuo ultimo libro “I matti sono tra noi e ricevono un sacco di like!”…chi sono i matti oggi? “Dovrete leggere il libro per scoprirne i connotati?! Basaglia liberò innocenti, oggi servirebbe aiutare la gente a non impazzire sotto la morsa delle pressioni sociali”.

E quali sono i tuoi matti preferiti? “Tra i matti dipinti nel libro il mio preferito è senza dubbio Mimmo, la voce di tutti i maschi sbranati dal troppo amore materno”.

Sei una curiosa, guardi il mondo e lo reinterpreti…scopri atteggiamenti, pensieri, azioni e li racconti a modo tuo. Cos’è per te la curiosità e come è presente nella tua vita?” “La curiosità è, insieme all’ossigeno, la componente che mi tiene in vita. Mi accorgo di non essere in forma quando passo più di due giorni senza aver voglia di scoprire nulla. Perciò, pur vivendo in campagna mi nutro di città poiché mi basta salire in metropolitana a Milano per scoprire mondi che meritano di essere raccontati”.

C’è una connessione o qual è il confine tra curiosità e follia? “Non è carino da parte tua farmi questa domanda dopo che ho esaltato la curiosità in modo così onesto! La follia, dal punto di vista patologico, penso che trovi la sua versione 2.0, nella sfrenata e feroce voglia di assomigliare a persone perbene”.

 Progetti futuri? Dove stai posando i tuoi occhi curiosi? “Un audiolibro che diverrà uno spettacolo live, con undici ritratti di persone perbene, appunto. E poi un viaggio: è tanto che non parto, ho bisogno di nutrimento estero!!”.

Nel frattempo, in attesa dell’audiolibro e dei nuovi progetti, possiamo andarla a vedere a Bologna il 10 gennaio al Teatro degli Angeli o a Modena il giorno dopo, al Teatro dei Segni!

di Barbara Rondelli

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