20 Gennaio 2017

“Non sento qui a Parma la stessa rabbia che si respira in paesi”

“Non sento qui a Parma la stessa rabbia che si respira in paesi”

Intervista a Mohamed Amin Attarki, direttore della Comunità islamica di Parma: “La scuola, qui, fa un ottimo lavoro. In classe Alì non è trattato diversamente da Matilde”


Rischio radicalizzazione a Parma? Mohamed Attarki, Direttore della Comunità islamica ci spiega perché da noi non ci sono i presupposti. Nelle stesse ore in cui Minniti presenta in Parlamento il nuovo piano del governo in materia di migrazione, la redazione di Parmareport ha deciso di interrogarsi su uno dei temi spinosi delle prossime elezioni locali, la presenza di richiedenti asilo a Parma e i problemi legati ad una immigrazione irregolare a rischio criminalità. Chiediamo, in primo luogo, l’opinione del giovane  Mohamed Amin Attarki, direttore della Comunità islamica di Parma che ci risponde con estrema gentilezza ma precisa: ” siamo una comunità confessionale, molti di noi sono italiani, non abbiamo un diretto legame col fenomeno migratorio”.

Da una parte abbiamo l’allarme sociale di alcuni quartieri, penso a S.Leonardo, all’oltretorrente, a piazzale della Pace, dove è facile fare l’equazione immigrato uguale malavitoso o anche solo presenza indecorosa, insicura. Dall’altra abbiamo la lunga tradizione di immigrazione che ha caratterizzato la storia di Parma, la sua cultura e la sua economia, che ancora oggi gode dei frutti di una migrazione qualificata, operosa, colta. Chiediamo il suo parere su quel che resta da fare, a Parma, per avere una convivenza migliore, atta a non alimentare paure, pregiudizi ciechi. 

“L’Italia non è la Francia, il Belgio, paesi che, a seguito della colonizzazione, hanno cominciato ad avere una presenza di immigrati già un secolo fa. In Italia quello dell’immigrazione è un fenomeno molto recente e che ha numeri infinitamente più piccoli. Inoltre non ci sono partiti di estrema destra che si fondano sul razzismo, a parte qualche politico singolo, l’Italia e Parma hanno una cultura molto diversa, anche frutto di una storia di dominazioni e di migrazione. A Parma, grazie a questa cultura che nutre tutti i cittadini, a buone pratiche dell’amministrazione e alla presenza di associazioni, abbiamo un modello che funziona”.

Un nuovo tipo di terrorismo, anche molto mediatizzato, sta colpendo negli ultimi anni, e colpisce nel quotidiano la vita civile. Secondo Lei a Parma c’è il rischio di radicalizzazione? Vorrei riferirmi anche alla radicalizzazione di una paura che potrebbe inibire un buon vivere civile.

” Vede, la radicalizzazione, la paura della gente sono conseguenza del dispiegamento di forze armate minacciose sul territorio, è quel che dicevamo qualche giorno fa ad un convegno con un noto criminologo. La comunità di Parma lavora molto, coi ragazzi e il Direttivo stesso è giovane composto in buona parte da ragazzi nati o cresciuti in italia anche giovanissimi, per la prevenzione, il dialogo, ci impegniamo molto. Vede, noi siamo nati qui, cresciuti qui, conosciamo la città, la sua storia, la sua lingua, ci sentiamo parmigiani, anche se ci sono parmigiani “più autoctoni” di noi. Le comunità islamiche europee ci invitano  noi Comunità islamiche locali del dovere di segnalare alle autorità ogni dubbio, ogni minimo sospetto, su questo vigiliamo con grande attenzione. Del resto nessuno lo ricorda mai ma molti degli attentati di questi ultimi anni sono avvenuti in paesi con una forte presenza islamica e le vittime sono state in grandissima parte mussulmane. Io ho 24 anni, ho fatto le elementari qui, da allora le cose sono già molto cambiate, sono nato in Italia e ho ottenuto la cittadinanza per legge a 18 anni. Non sento qui a Parma la stessa rabbia che si respira in paesi dove la discriminazione, il rifiuto sono all’ordine del giorno. La scuola, qui, fa un ottimo lavoro. In classe Alì non è trattato diversamente da Matilde. Certo, se vuole, si potrebbe migliorare la conoscenza che le persone comuni e gli insegnanti hanno dell’Islam, cos’è, non si sa, non si conosce. Se un insegnante ha in classe un ragazzo che viene dalle zone del Tibet, se ha un ragazzo che viene dai Balcani, sono tradizioni culturali diverse che l’Islam non ha mai abolito, culture diverse, è importante che l’insegnante sappia qual’è la cultura di base da cui il ragazzo parte, se si aspetta di essere in classe con le bambine oppure no, ad esempio. E’ importante perché da lì comincia il dialogo, il lavoro culturale che si deve fare”. (di Erika Martelli)

Nella seconda parte di questo approfondimento, tutto dedicato al nuovo piano del Governo sui migranti, sentiremo Jean Claude Didiba, presidente della Consulta parmigiana dei popoli.

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