20 Novembre 2018

Mutti si dimette: “Medicina universitaria sotto attacco”

Mutti si dimette: “Medicina universitaria sotto attacco”

Nonostante il reintegro deciso dal Tribunale del Riesame, il professore ha annunciato il ritiro tramite una lettera dedicata ai suoi colleghi del dipartimento di Medicina


Nonostante il Tribunale del Riesame di Bologna abbia deciso di reintegrare il professor Antonio Mutti (coinvolto nello scandalo Conquibus) il direttore generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria non ha revocato la sua sospensione.

Mutti avrebbe dovuto riprendere il regolare servizio da lunedì ma, tramite un lungo messaggio di saluto dedicato ai suoi colleghi del dipartimento di Medicina, il professore ha annunciato il ritiro e il pensionamento.

“Meno di un anno fa abbiamo assistito alla tragica scomparsa di Loris Borghi, cui sono seguite celebrazioni e riconoscimenti postumi che sembravano dettati da sincero rimpianto per non aver saputo sostenere un Rettore in difficoltà, un collega e amico, per qualcuno persino fraterno, ma lasciato solo, tanto da portarlo a porre fine alla sua vita col gesto estremo del suicidio. Non si era ancora ripresa la serena quotidianità della vita accademica, che una nuova turbolenza giudiziaria ha investito la nostra Università (…).

Queste ultime settimane sono state per me umanamente impegnative, avendole spese a subire in silenzio vessazioni che non pensavo di meritare, dopo una vita dedicata all’Università e durante la quale ho sempre cercato di incarnarne i valori: impegno nello studio, passione per la ricerca ed entusiasmo nel trasferimento delle conoscenze.

Nei ruoli direttivi ricoperti negli ultimi anni della mia carriera, credo poi di aver sempre operato con spirito di servizio, dedizione e imparzialità. La coscienza a posto e la solidarietà di tutti quelli che mi conoscono da vicino – e sono quindi increduli rispetto a ciò che mi sta succedendo – mi danno la forza per restare sereno, pronto a rispondere del mio operato e fiducioso nel corso della giustizia, che non potrà che far emergere la verità, come del resto è successo con le decisioni del Gip di Parma circa l’insussistenza di sufficienti indizi per i capi di imputazione più gravi e del Tribunale del Riesame di Bologna che ha dichiarato incrinata la gravità indiziaria per l’accusa che aveva determinato i provvedimenti cautelari, revocandoli.

Gli addebiti che mi sono stati contestati riguardano il mio ruolo di direttore di dipartimento nella gestione di procedure selettive per il reclutamento universitario. Nel rievocare circostanze e atti degli organi accademici coinvolti, ritrovo solo rafforzata la convinzione di aver sempre agito nel rispetto delle leggi e dei regolamenti, perseguendo il bene del Dipartimento di Medicina e Chirurgia, dell’Ateneo e dell’Ospedale Maggiore di Parma. Ringrazio chi non ne ha mai dubitato e si è fatto vivo, per esprimermi solidarietà in un momento per me non facile. Ho pensato anche a coloro che avrebbero voluto farlo, ma non se la sono sentita, per paura di esporsi. D’altra parte, come Manzoni fa dire a don Abbondio (I promessi sposi, cap. XXV) “il coraggio uno non se lo può dare”. Per parte mia, so di aver spesso assunto posizioni scomode ed ero pronto a sopportarne le conseguenze.

Nella mia difesa, sarò agevolato dalla possibilità di dimostrare che l’Università si è auto-riformata, al punto che per i settori scientifico disciplinari di area medica l’esito dei concorsi è prevedibile non già per chissà quali intrighi, ma semplicemente perché il risultato è determinato dai titoli scientifici, verificabili attraverso banche dati pubbliche ed indicatori bibliometrici che consentono di stimare la produttività di ciascuno, nonché il suo impatto sulla letteratura scientifica, senza che alcun esame scritto, orale o pratico possa permettere valutazioni soggettive e correttive di commissari amici, come invece avviene in altri contesti, contigui al mondo accademico, nei quali tutti sanno che la lottizzazione, politica o correntizia, è assai radicata, ma ipocritamente fanno finta di non sapere.

Uniche spiegazioni possibili del clamore persistente attorno al reclutamento universitario sono l’ignoranza ed il pregiudizio nei confronti dell’istituzione, in larga misura, temo, alimentati da chi non è riuscito a raggiungere mete a cui ambiva. Sebbene sia da tutti reclamato a gran voce, devo mio malgrado riconoscere che il merito rischia di diventare un elemento di debolezza, laddove familismo e cerchie di varia natura agiscono impunite, lasciando esposto e isolato chiunque si mostri indipendente e impermeabile a pressioni di varia natura, tipiche di un contesto malato. Contesto in cui anche le scelte più limpide e lineari, davvero orientate a valorizzare il merito, possono essere travisate, implicando una malizia che esiste solo nella mente di chi la vuole vedere ad ogni costo.

In tutta Italia, ma soprattutto nella nostra regione e nella nostra città, è sotto attacco la medicina universitaria, di cui viene disconosciuto il ruolo in un sistema sanitario che non potrebbe essere tra i migliori del mondo, senza il contributo dei suoi professionisti e dell’Università che li ha formati. Lo strabismo intellettuale che sottende l’idea di una presunta inadeguatezza della formazione medica – a fronte di un sistema sanitario eccellente – non regge un esercizio elementare di analisi logica: come potrebbe un sistema formativo scadente e corrotto generare professionisti capaci? Come potrebbero la nostra regione e i nostri ospedali celebrare la loro eccellenza in campo sanitario, senza attribuirne il merito a medici e professionisti della salute che vi lavorano, dopo esservi stati formati proprio dall’Università? Questi operatori sanitari vengono forse da Marte?

Quanto alla corruzione in ambito farmaceutico, ne sento parlare da quasi cinquant’anni; l’idea di essere immischiato anche solo ipoteticamente nel malaffare mi rattrista oltre misura, proprio per la sensibilità personale che ho sempre nutrito per questo tema, pur non avendo mai avuto alcun rapporto con l’industria del farmaco. Se non altro, perché da decenni la mia disciplina – la Medicina del Lavoro – si occupa del riconoscimento e della prevenzione delle malattie professionali e non prescrive né sperimenta farmaci di alcun genere.
Pur avendo la coscienza a posto e confidando nella giustizia, che farà il suo corso, dopo lunghe riflessioni, ho deciso di congedarmi.

Ho fatto un bilancio tra ciò che sono riuscito a fare, ciò che non mi è stato consentito di fare e, soprattutto, ciò che eventualmente potrei ancora fare, rimanendo in servizio. Sebbene non vi sia costretto, mi sembra che farmi da parte sia la scelta migliore, almeno per me, per la mia salute e per la mia famiglia. Temo inoltre che la mia visione dell’Università e della sua integrazione col servizio sanitario non risulti più compatibile con le condizioni che si sono create in questo sventurato ospedale, determinandone l’apoptosi.

Auguro ai miei allievi e a tutti coloro con cui ho collaborato di poter continuare a svolgere il loro lavoro con entusiasmo, quell’entusiasmo che ho sempre avuto e che per molto tempo penso di essere riuscito a trasmettere, ma che oggi sento venir meno. Conservate la memoria di ciò che abbiamo fatto insieme e trovate la forza e il senso di responsabilità necessario, per continuare a praticare gli ideali che abbiamo condiviso, anche quando il contesto sembra non apprezzare i valori accademici e non riconoscere la vocazione a trasmettere il sapere, il saper fare e il saper essere”.

 

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