17 luglio 2016

Manfredi Perego:“La scuola di danza: luogo con una doppia anima”

Manfredi Perego:“La scuola di danza: luogo con una doppia anima”

INTERVISTA DELLA DOMENICA. Figlio d’arte, è un danzatore, coreografo e autore free-lance. Ha danzato per compagnie di danza contemporanea e teatro-danza in Italia, Svizzera e Germania


Nel 2014 ha fondato la compagnia MP.ideograms, sigla che comprende le parole “Movimento Primitivo” e “Ideogrammi”, per fare riferimento a una scrittura non fenomenologica ma di concetto, un movimento necessario che si fa portatore di segni fisico-emotivi. Nello stesso anno ha vinto il Premio Equilibrio con Grafiche del Silenzio. Recentemente ha partecipato alla Biennale di Venezia, come autore delle coreografie del progetto Vita Nova, ciclo di danze destinate ai più giovani danzatori, dai 10 ai 16 anni, che lavorano sui linguaggi della danza contemporanea.

Partiamo dagli esordi, tua madre Lucia Nicolussi Perego è danzatrice e coreografa, questo non può che averti influenzato, come ha inciso sulle tue scelte artistiche? C’è un episodio in particolare che ricordi?

«È una domanda che comprende una grande fetta della mia vita, e con risposte in attuale evoluzione. Ci sono fasi di confronto, avvicinamento e allontanamento. Non ho sentito di dover uscire da un’ombra, ho sempre avuto una grande indipendenza nel seguire o meno i consigli di mia madre. Ho iniziato a studiare tardi, la mia formazione è molteplice, e questo sin da subito mi ha permesso di iniziare a sviluppare un pensiero autonomo. In comune abbiamo la curiosità continua di ricercare e ascoltare. Penso che mia madre come qualità più grande mi abbia passato l’umiltà nel non dare mai per scontata la danza e il desiderio di trasmetterla con semplicità. É tuttora un rapporto vivo e arricchente, anzi, forse solo ora inizio a comprenderne l’importanza».

La scuola da lei fondata, che nel 1992 ha preso il nome di Compagnia Era Acquario, è ancora oggi la “base” per te, che tipo di lavoro portate avanti con gli allievi?

«La scuola è la base e lo spazio di ricerca. Per me è un luogo con una doppia anima: alla mattina luogo di sperimentazione, al pomeriggio luogo di trasmissione e ascolto degli allievi. Con questi il lavoro è molteplice, insegnare danza contemporanea non è semplice, in quanto non si può insegnare solo una tecnica, ma bisogna trasmettere anche un pensiero di curiosità verso il movimento creativo. Per questo cerchiamo di agire su un doppio binario, tecnico e creativo appunto, per dare autonomia all’allievo di qualsiasi età. É un discorso culturalmente difficile da portare avanti, soprattutto di questi tempi dove la velocità di fruizione del risultato è enormemente aumentata. Ma d’altra parte la danza è un’arte e come tale crea le proprie sfumature su più livelli, non solo su dei passi. C’è un altro aspetto che trovo importante: quando abbiamo allievi particolarmente dotati, li rendiamo consapevoli del loro talento, ma non li spingiamo verso la carriera, in quanto sappiamo quanto intima e forte deve essere la volontà di affrontarla. Quando e se decidono che la danza è la loro strada allora assieme strutturiamo un percorso di formazione».

Di giovanissimi ti sei occupato anche di recente alla Biennale di Venezia, lavorando con un gruppo di adolescenti sul progetto Vita Nova, come è andata questa esperienza? Cosa dai e cosa ti lascia lavorare con i più giovani?

«Il progetto Vita Nova è stata un’esperienza bellissima. Il progetto in collaborazione tra Biennale di Venezia, AMAT e Comune di Pesaro ha visto la selezione tramite audizione di 5 giovani danzatrici, che hanno portato in scena il primo quadro di un progetto che sto affrontando che si chiama “Primitiva”. Ho lavorato a Pesaro per due settimane in una bellissima chiesa sconsacrata allestita teatralmente. Lavorare con queste cinque ragazze è stato ultra arricchente, oltre che divertente e intenso. Quando c’è un progetto condiviso coi ragazzi e loro stessi si prendono una responsabilità nei confronti di questo, lavorare è un’esperienza emozionante e profonda che lascia un segno».

Parlaci di MP.ideograms, due anni fa hai dato vita a questa compagnia, da chi è composta e che progetti state portando avanti?

«MP.ideograms nasce dopo la vittoria di Premio Equilibrio con “Grafiche del silenzio” solo coreografico che ha vinto il premio come miglior coreografia. Ho pensato che fosse l’occasione buona per dar vita e nome ufficialmente a un contesto che racchiudesse dei concetti e dei sapori di riferimento che porto avanti come ricerca coreografica. La compagnia ha una composizione variabile, non è possibile mantenere un organico fisso, ci sono diverse collaborazioni in atto. Alcune figure seguono il progetto sin dall’inizio. Partner di sostegno fondamentale è diventata TIR-danza, che mi supporta. Inoltre la compagnia fa da base a tutte le attività di lavoro nel sociale che mia madre porta avanti da sempre in città e non solo».

Come giudichi il panorama italiano, c’è abbastanza spazio per la sperimentazione e l’emergere di nuovi talenti?

«Questa è una domanda a cui, come in altre occasioni ho detto, reputo ci siano persone più preparate di me a rispondere. La mia sensazione è che ci sia veramente molto fermento e che questo sia accompagnato da un forte desiderio di organizzarsi. È ovvio che se chi utilizza la struttura organizzativa e chi la crea non si relazionano è un problema. Il dialogo tra organizzatori e artisti è fondamentale per creare un sistema che possa coprire più esigenze possibili».

E Parma come si comporta con i suoi artisti, viene dato loro abbastanza spazio o si potrebbe fare di più?

«Si può fare molto di più, prima di tutto bisogna conoscersi e capire se da qualche parte assieme si vuole andare. La città ha un potenziale incredibile, vi sono spazi da utilizzare bellissimi. Non penso ci sia una mancanza di creatività, ma la realizzazione a livello organizzativo è sempre troppo difficoltosa. Questo è un problema trasversale alle amministrazioni. Forse bisognerebbe farsi la domanda: come sappiamo che stiamo collaborando? Come sappiamo che non lo stiamo facendo? Dobbiamo comunicare di più, io per primo».

Il progetto più importante nel prossimo futuro?

«Mi dò la regola che il progetto più importante è sempre il prossimo che viene. In questo caso, quindi, è la realizzazione al meglio della nuova produzione “Geografie dell’istante”, un passo a due al femminile con Chiara Montalbani e Gioia Maria Morisco».

E quello che è ancora nella tua mente ma devi assolutamente realizzare?

«Ce ne sono tanti, non si dicono, restano nel corpo a maturare sino a quando l’esigenza non li fa uscire prepotenti…»

 

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