19 Gennaio 2018

La ricerca sull’Alzheimer continua grazie ad Airalzh Onlus

La ricerca sull’Alzheimer continua grazie ad Airalzh Onlus

A Parma i risultati confermano l’importanza delle terapie e dei trattamenti non farmacologici


Airalzh Onlus – Associazione Italiana ricerca Alzheimer – grazie ad una partnership con COOP, sta sostenendo la ricerca nel campo delle malattie neurodegenerative puntando sulla sua rete di 25 giovani ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano.

Questi giovani studiosi stanno lavorando su molteplici indirizzi di ricerca già da due anni e molte aspettative vengono riposte nella ricerca di base che costituisce una fase preliminare fondamentale per l’ottimizzazione della ricerca clinica e farmacologica.

Tra i molteplici studi che i ricercatori della rete Airalzh stanno affrontando, di grande importanza è l’individuazione di metodi alternativi al trattamento farmacologico.

Ad oggi, infatti, non esiste una cura in grado di arrestare l’evoluzione della malattia; le attuali terapie farmacologiche agiscono infatti solo nel ritardarne la progressione e hanno ancora dei benefici limitati.

Alla luce di questo, negli ultimi anni è cresciuto l’interesse nei confronti delle terapie non farmacologiche, chiamate interventi psicosociali, e ad oggi circa 1 trial su 5 di quelli attualmente in uso nel mondo della scienza non impiega farmaci ma utilizza invece strumentazioni di alta tecnologia come la TMS (Stimolazione Magnetica Transcranica) oppure la CST (Terapia di Stimolazione Cognitiva).

E’ proprio quest’ultimo il caso della dott.ssa Francesca Ferrari Pellegrini – ricercatrice della rete Airalzh, Sezione di Neuroscienze del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi di Parma – che con il suo progetto di ricerca si propone di valutare l’efficacia della Terapia di Stimolazione Cognitiva (Cognitive Stimulation Therapy – CST, Spector et al., 2003) che è una terapia non farmacologica, recentemente tradotta ed adattata alla cultura italiana (Gardini, Pradelli, Faggian e Borella, 2015).

Lo studio si inserisce all’interno di uno Studio Multicentrico attualmente in corso che coinvolge 9 Centri nel nostro Paese ed è il primo studio su larga scala condotto in Italia, volto a valutare l’efficacia di questo trattamento non farmacologico nella popolazione italiana, intervento già ampiamente riconosciuto a livello internazionale.

Tra i diversi interventi psico-sociali, la CST è l’unico intervento per pazienti con demenza di grado lieve-moderato con evidenze di efficacia, diversi studi in ambito internazionale, infatti hanno dimostrato come questo trattamento, soprattutto se associato a terapia farmacologica, sia in grado di rallentare in modo significativo il declino in alcune funzioni cognitive e di migliorare i sintomi comportamentali e psicologici degli ammalati di Alzheimer, riducendo lo stress del paziente e di chi se ne prende cura (caregiver).

Questo progetto di ricerca ha coinvolto un totale di 52 pazienti affetti da demenza di grado lieve-moderato.

I primi risultati hanno evidenziato che dopo il trattamento alcuni aspetti cognitivi risultano migliorati (in particolare il linguaggio) ed altri restano stabili (risultato già importante per questa malattia).

Alcuni aspetti cognitivi inoltre si sono mantenuti stabili anche dopo la sospensione del trattamento, mentre per altri i benefici si sono persi in seguito alla sospensione dello stesso.

Uno degli effetti più consistenti, che conferma quanto già riportato da altri studi, si è riscontrato sul tono dell’umore, la sintomatologia depressiva dei partecipanti al protocollo di Terapia di Stimolazione Cognitiva ha dimostrato una significativa e sostanziale riduzione sia alla fine del trattamento sia mantenuta a tre mesi dal termine. Questo miglioramento del tono dell’umore è dovuto probabilmente al fatto che questo tipo di terapia offre attività stimolanti e divertenti, che promuovono il senso di autoefficacia dei partecipanti, l’occupazione e la socializzazione all’interno di un contesto piacevole ed accogliente dove viene valorizzata la persona nella sua unicità.

Il trattamento ha inoltre mostrato generali effetti positivi sul comportamento, si è osservata infatti una generale riduzione della frequenza e dell’intensità dei disturbi comportamentali nei pazienti ed è stato valutato anche il distress dei caregiver, trovando risultati promettenti che pongono la necessità di approfondire l’argomento.

In conclusione, i risultati ottenuti confermano l’efficacia del trattamento sia per quanto riguarda le misure di funzionamento cognitivo sia per quelle del comportamento che del tono dell’umore. Vengono inoltre dimostrati il mantenimento nel tempo di alcuni dei benefici ottenuti e la riduzione del distress percepito dal caregiver.

Continuare la ricerca in questo ambito consentirà di validarne l’efficacia e diffonderne l’uso nella medicina italiana. Ulteriori ricerche saranno fondamentali per una migliore chiarezza e comprensione dei benefici realmente ottenibili e per valutarne il mantenimento nel tempo.

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