4 Marzo 2018

La Recensione Teatrale della Settimana – “Il piacere dell’onestà” visto al Teatro Due

La Recensione Teatrale della Settimana – “Il piacere dell’onestà” visto al Teatro Due

“Il piacere dell’onestà”: una commedia filosofica sempre attuale


DI Luigi Pirandello

CON: Alessandro Averone, Allessia Giangiuliani, Laura Mazzi, Marco Quaglia, Gabriele Sabatini, Mauro Santopietro

REGIA: Alessandro Averone

PRODUZIONE: Fondazione Teatro Due- Knuk Company

 

Il substrato di temi, questioni e ossessioni conservato nella drammaturgia di Pirandello non finisce davvero mai di stupire per il suo carattere di attualità e per la presa sicura che ancora sa esercitare su una platea contemporanea. Molta della vitalità di questi contenuti può, tuttavia, agire ed imprimersi solo se affidata oggigiorno al governo di una regia lucida, coerente, e alla messa in atto da parte di un cast attorale preparato, vivace e coeso, onde evitare un pericoloso effetto di “déjà vu” che vada a pregiudicare il valore di un classico senza tempo.

Così è stato per “Il piacere dell’onestà”, nuova produzione Fondazione Teatro Due e Knuk Company che ha debuttato la scorsa settimana, con grande riscontro di pubblico e critiche entusiastiche a sostenerla, e diretta con intelligenza ed energia dal bravo Alessandro Averone, qui anche interprete protagonista insieme ad un gruppo di attori eccellenti dalle fini peculiarità espressive e tecniche. Su un ritmo acceso e mai fuori contesto, nemmeno nei passaggi più introspettivi, Averone ha saputo tessere uno spettacolo egregio per qualità compositiva e recitativa, calibrando con metodo e acume la necessaria verve ironica e caustica, alle componenti dialogiche più orientate al ragionamento psicologico e filosofico, sempre mantenendosi sul filo di un cinismo critico e disvelatore del bigottismo sociale.

L’opera originale è ben nota: emblema letterario-drammaturgico del conflitto tra apparenza ed essenza, tra forma sociale e identità reale, tra menzogna e verità, il tutto calato in una dimensione metateatrale, di rappresentazione scenica dell’umana esistenza, sempre penetrante e persistente. E siamo ancora in quel salotto borghese, caro a Pirandello eppure rinnegato dallo stesso, luogo simbolo della vuota ipocrisia- non a caso sullo sfondo della scena incombono ritratti caricaturali, maschere esasperate nei tratti e litigiose con il proprio “doppio” raffigurato a fronte- spazio principe di un gioco delle parti mai risolto, lì a definire il piano che porterà la giovane Agata, rimasta incinta dell’amante nobile che non può compromettersi, a sposare il colto e umbratile Baldovino per riuscire a salvare le apparenze.

Ma in quell’ambiente- materialmente circoscritto da fili tesi dall’alto che creano così un secondo livello scenico e concettuale, dove parole, gesti e intenzioni dei personaggi traspaiono in controluce, e sovrastato da una imponente struttura da illuminotecnica, quasi a fare da lente di ingrandimento rivelatrice- siamo accolti in modo straniante e frenetico: un vortice improvviso dove si fondono azione convulsa (con la madre di lei e il cugino Maurizio che entrano correndo concitatamente) e una trascinante musica rock, l’ideale contrappunto ai bei costumi di fattura settecentesca che andrà poi riproponendosi alla comparsa di Baldovino in abiti moderni (come a dire che, no, non c’è davvero soluzione di continuità nel dilemma tra essere e apparire che affligge l’uomo).

La messinscena non conosce momenti di stasi ed è questo il suo più grande merito: i dialoghi pirandelliani, spesso discorsivi e verbosi, quasi irreali per la loro eccessiva prosaicità, mantengono qui un andamento di piacevole scorrevolezza, una leggerezza estremamente naturale, una fluidità di forma ed espressione che poggia sulla grande abilità degli interpreti. E allora battute come “L’onestà! Che strazio in certi momenti!” pronunciata dalla madre, l’invito accorato di Baldovino a “parlare aperto”, la sua inconfutabile asserzione “io rappresento la forma, rappresento l’onesto marito” e, oltre quel pensiero, perché “le apparenze da salvare non sono solo per gli altri; di apparenza ce ne è una sola” risuonano di una verità più affine all’uomo dell’oggi, più consona al nostro sentire, più riconoscibile nei paradossi del nostro tempo, dove ad imperare è ancora la forza delle immagini, quello che concediamo e rappresentiamo allo sguardo degli altri, e non ciò che siamo realmente. La commedia arguta diventa cartina di tornasole per “l’orribile bestia” che è in noi, smaschera debolezze e vacuità, ne attacca la mediocre falsità, trasformandosi, ieri come oggi, in un divertente ma ragionato “j’accuse”, una critica attenta e mordace del “vivere nell’assoluto di una pura forma astratta”.

Nel bel lavoro di Averone, come si è detto, molto si deve alla perfetta sincronicità delle interazioni fra i personaggi, alla loro capacità di disegnare caratteri e dinamiche interne ed esterne con geometrica precisione, e senza mai scadere in una noiosa, o peggio artificiosa, recitazione, ma a concorrere alla riuscita di questa lettura che non tradisce il classico pur rinnovandolo con un vigore e un respiro tutto moderno, contribuiscono senz’altro tutte le forze in campo.

Non da ultimo quella propria del regista, che ancora una volta conferma una talentuosa, sorprendente, efficace e personale cifra stilistica.

 

 

(a cura di Francesca Ferrari per www.teatropoli.it)

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