24 gennaio 2016

Fabrizia Dalcò: “lavorare per una società inclusiva”

Fabrizia Dalcò: “lavorare per una società inclusiva”

Intervista della domenica. Impegnata a fianco delle donne e nella lotta alle disuguaglianze, Fabrizia Dalcò è autrice del blog “In genere” e ha all’attivo pubblicazioni incentrante su figure femminili


Fabrizia Dalcò, da sempre impegnata a fianco delle donne e nella lotta di tutte le disuguaglianze, lo scorso novembre ha dato alle stampe “Monasteri e conventi femminili nella Parma medievale”, frutto di una passione nata all’università, quando questo tema fu oggetto della sua tesi. Autrice del blog “In genere” della Gazzetta di Parma, dedicato a donne e uomini, è inoltre curatrice dell’opera “Dizionario biografico delle parmigiane”, uscito in due volumi.

Negli ultimi mesi anche nella nostra città è aumentato il numero di tragici fatti di cronaca che vedono donne vittime di soprusi, pestaggi e anche assassini, ricordiamo la vicenda di Alessia Della Pia, uccisa dal compagno lo scorso dicembre. Parma è una città che negli anni ha dimostrato una sempre maggiore difficoltà a vivere in equilibrio il rapporto tra i sessi?

«Le cose sono molto cambiate, abbiamo molti più casi, viviamo in un territorio in cui le donne hanno cominciato a denunciare. Il centro antiviolenza è attivo da oltre trent’anni, dal 1985, e di lavoro ne è stato fatto tanto. Sensibilizzazione sul tema significa emersione di problemi che prima erano sommersi. Anche trent’anni fa si verificavano femminicidi, non li chiamavamo così ma c’erano ed uscivano sui giornali, il termine è stato coniato dopo, proprio per definire questo tipo di ammazzamento. Esiste ancora l’idea che la violenza domestica sia un fatto privato, in realtà è pubblico, non fosse altro per i costi che la società deve sostenere per il sostegno, il recupero, l’aiuto ospedaliero delle vittime. Oggi la reazione maschile all’autonomia femminile è pesante. Agli uomini è mancata una riflessione collettiva sul loro ruolo. Le donne invece hanno riflettuto insieme, è stata una delle funzioni del femminismo, gli uomini non lo hanno ancora fatto. Fin da quando si è piccoli si risponde a certe aspettative, allo stereotipo dei ruoli, sfuggirvi è difficile, un bimbo non può piangere, deve da subito mostrare il suo macismo, così come le bambine devono mostrare un’attitudine paziente e servizievole».

Sul piano lavorativo quali sono i principali problemi che una donna deve ancora affrontare?

«Il primo e da lì bisogna partire, è il tema della condivisione del lavoro di cura. È un tema che compare in tutte le raccomandazioni europee ma soprattutto in Italia questo equilibrio è molto difficile da attuare. I servizi da soli non bastano, anche se nella nostra regione sono tanti. Bisogna togliersi dalla mente che il lavoro di cura sia prevalentemente femminile. Nel nostro Paese il congedo di paternità obbligatorio è ora di un giorno, donne impegnate in politica stanno cercando di portarlo a tre giorni. Inoltre nel nostro sistema la presenza fisica sul posto di lavoro è molto importante, per questo le carriere delle donne s’interrompono, gli uomini possono garantirla, le donne no. C’è poi il tema del gap salariale. A parità di presenza, responsabilità e mansioni le donne guadagnano meno, questo nel mondo privato. In quello pubblico va meglio, perché le leggi lo impongono. Facendo la media le statistiche non sembrano così allarmanti, ma le disparità ci sono ed hanno effetti sul sistema pensionistico».

Cosa vuol dire essere femministe oggi?

«Prima di tutto a me viene da pensarlo come un termine che ha valenza positiva. Femminista è il contrario di maschilista, ma mentre a quest’ultimo attribuiamo una connotazione negativa, nel femminismo riconosciamo la propositività, le tante battaglie sostenute per il riconoscimento delle donne. È una eredità che non abbiamo sempre avuto e che non dobbiamo dare per acquisita, si pensi alla legge 194 che permette l’interruzione di gravidanza controllata, oggi l’alto tasso di obiettori di coscienza la mette a serio rischio attuazione. L’Emilia Romagna è al 52% di obiezione, che è un dato basso, ma ci sono regioni che arrivano al 90% e quindi la media si attesta intorno al 70%. È un ritorno al passato incredibile».

Il tuo ultimo libro ci offre uno spaccato del ruolo della donna nel Medioevo. È corretta l’immagine che ci è stata tramandata dalla storia?

«Quando sento parlare del Medioevo come di un’epoca buia faccio sempre un salto sulla sedia, anche perché si tratta di un lasso di temo lunghissimo. Ad esempio quando parliamo di stregoneria siamo già nel ‘500, è una questione del tutto moderna, non ha a che fare col Medioevo. Ormai è stato dimostrato che l’immagine della donna nella storia è molto stereotipata, anche perché le fonti sono sempre state interpretate da uomini. Le storiche hanno un approccio molto diverso. Matilde di Canossa, ad esempio, era una governatrice delle terre che aveva ereditato dal padre. Vito Fumagalli scrisse su di lei un libro: “Potenza e solitudine di una donna nel Medioevo”. In realtà dalle fonti non emerge questo, si sposò due volte, si scelse i mariti e il secondo era anche molto più giovane di lei, quindi il ritratto che oggi ne abbiamo non è più quello di una donna solitaria ma è molto diverso».

Oggi il tema delle disuguaglianze sociali è quanto mai sentito, non solo per i divari ancora esistenti tra uomini e donne ma anche per le tante disparità che affliggono categorie deboli quali immigrati, disabili, anziani. Quali strumenti possiamo adottare per rendere la nostra società più equa?

«Noi dobbiamo lavorare per una società inclusiva, perché una società che include considera le differenze come arricchimento e questo serve per uscire dal meccanismo degli stereotipi. È necessario essere uomini e donne del nostro tempo e avere a che fare con le differenze. Siamo avanti nella lotta alle discriminazioni ma dobbiamo continuare su questa strada. Ma come si fa ad includere? Si fa parlandone in famiglia, nelle scuole, in tutti i luoghi di socialità, soprattutto dei giovani. Le soluzioni sono diverse per ogni tipo di discriminazione, ma l’assunto di partenza resta il principio di inclusione».

Ieri si è tenuta la manifestazione nazionale #SvegliaItalia. Anche Parma ha aderito con un presidio in piazza Garibaldi. Pensi che i tempi siano maturi per introdurre le unioni civili, riconoscendo pieni diritti a tutti, senza discriminazioni riguardanti le tendenze sessuali?

«Finalmente credo sia giunto il tempo. Non possiamo più pensare di essere in Europa e poi distogliere lo sguardo quando ci dicono che siamo inadempienti su certi aspetti. Ma non si tratta solo di questo. Si sta parlando da tanto tempo di due grandi blocchi: delle coppie di fatto per gli eterosessuali e delle unioni civili per gli omosessuali. Ormai siamo giunti al momento, ci sono sempre molte forze contrarie ma credo che quelle a favore avranno la meglio».

Se potessi cancellare un’abitudine comportamentale scorretta e potenzialmente molto pericolosa presente nella nostra società, su cosa vorresti intervenire?

«Dobbiamo allontanarci dalle idee stereotipate, dobbiamo avere apertura rispetto a ciò che accade, metterci in discussione senza la comodità di ragionare per concetti consolidati».

 

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