10 Gennaio 2016

Amadasi, da New York a Parma

Amadasi, da New York a Parma

Intervista domenica. Dopo aver trascorso 5 anni nella Grande Mela l’attrice parmigiana torna a casa e racconta la sua esperienza attoriale e di vita negli States


Ilaria Amadasi, 35 anni appena compiuti, dopo il diploma alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova ha partecipato a diversi spettacoli, tra cui il ruolo di protagonista femminile nè “Il buio di giorno” con la regia di Filippo Dini, ha preso parte alla sitcom “Piloti” con Max Tortora ed Enrico Bertolino e non volendo porre alcun confine al suo desiderio di espandere i propri interessi ha spostato i suoi orizzonti sul territorio statunitense, avendo come obbiettivo quello di far conoscere la propria cultura attoriale e non oltreoceano. Dopo 5 anni trascorsi nella Grande Mela, oggi è pronta a ritornare a casa e a raccontarci la sua esperienza.

Ilaria quando è nata la tua passione per il teatro?

«Fin da quando ero bambina, già a 9 anni ho preso parte a diversi spettacoli teatrali scolastici, poi a 15 anni ho co-fondato una compagnia di teatro dialettale “I 4 cantoni” e successivamente sono entrata a far parte della “Compagnia Stabile Città di Parma”. Da lì poi la decisione di entrare in una accademia teatrale. Ho fatto i provini sia alla Silvio D’Amico di Roma che alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova, mi hanno preso in entrambi e ho poi scelto Genova».

Perché hai deciso di partire 5 anni fa?

«Avevo fatto un provino per il Teatro Stabile di Napoli, per uno spettacolo londinese basato sul linguaggio del corpo ma non mi hanno presa perché non parlavo inglese e allora me la sono legata al dito e tre mesi dopo ero a New York per imparare la lingua».

Perché hai scelto proprio l’America?

«C’è stato lo zampino di mio fratello, lui c’era stato l’anno prima a studiare e mi aveva detto: “non pensare a nessuna altra città, il teatro è lì”. Era un’idea che avevo sempre avuto anch’io e così ho fatto».

Cosa ti è venuto naturale, spontaneo e cosa invece è stato più difficile da affronatare in questo tuo percorso da sola negli States?

«Dal primo giorno ho subito sentito un’energia particolare che mi ha stregata, c’è una vibrazione, una vita, molto particolare, fa quasi male quante energia c’è, è aggressiva, irruente, è stato come respirare per la prima volta. New York ha una velocità che mi si addice molto ma al contempo il suo limite sta quasi nella stessa cosa, è molto di superficie tutto questo, l’energia è vera ma è come se ogni singola persona ne fosse risucchiata e i rapporti umani ne risentono, si è da soli fondamentalmente. All’inizio è affascinante, nessuno ti guarda, nessuno ti giudica, ma al contempo non esisti».

 Come è stato l’approccio con il mondo professionale?

«All’inizio non parlavo inglese e mi sono proposta ai teatri per qualsiasi impiego. Un teatro mi rispose proponendomi uno stage per luci e suoni, io non avevo nessuna esperienza ma mi presero lo stesso, succesivamente mi assunsero come direttore di palco e iniziai a fare un po’ di tutto. Ero arrivata ad avere in mano le chiavi del teatro ma purtroppo poi fallì, cosa che succede frequentemente a New York, non solo ai teatri, ma anche ai negozi, ai locali, c’è molto ricambio a causa degli affitti che sono decisamente troppo alti».

E la svolta quando è arrivata?

«Nel frattempo il mio inglese migliorava e mi capitò di reicontrare un ragazzo che avevo conosciuto a Genova, lui era venuto a studiare a New York e mi chiese di iniziare a collaborare con lui, lavorava come regista e mi chiese di fargli da assistente per uno spettacolo che partecipava all’Hollywood Frige Festival. Questo mi ha permesso di fare molte conoscenze».

I ruoli più importanti che hai ottenuto?

«Due compagnie hanno significato molto per me: la prima è shakespeariana e si chiama Frog & Peach Theater Company e per loro ho fatto ruoli progressivamente sempre più impegnati, l’ultimo è stato Hero in “Molto rumore per nulla” e l’atra compagnia è KIT (Kairos Italy Theather) con cui abbiamo portato in scena uno spettacolo “No Escape – Le donne di Buzzati” e altri spettacoli di autori italiani in lingua inglese. L’accento straniero comunque è sempre rimasto e questo mi ha impedito di raggiungere ruoli da protagonista».

Che cosa ti ha fatto decidere di tornare?

«Mi hanno spinto tanti motivi. Prima di tutto ad essere molto sincera la mia famiglia. Per quanto io ami visceralmente quello che faccio e il luogo in cui ho vissuto fino a due settimane fa, la cosa più importante sono le persone che amo. Ho raggiunto la consapevolezza che non è indispensabile che io faccia l’attrice per sentirmi felice e questa consapevolezza ti rende libero. Non è né il lavoro né il luogo in cui vivo che mi definisce. Ora voglio affrontare nuove sfide, voglio vedere come è qui, come funziona veramente nel mio settore, voglio ricominciare e questo è molto stimolante. Molti mi hanno chiesto: “Ma non hai paura?” e la risposta è: “Sì ma non è paralizzante, bensì elettrizzante”.

Qual è il lascito più importante di questa esperienza?

«Aver fatto veramente i conti con me stessa».

 

Per maggiori informazioni:  ilariaamadasi.com

 

 

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