29 Maggio 2015

Il Labirinto di Franco Maria Ricci nel parmense

Il Labirinto di Franco Maria Ricci nel parmense

Un sogno che diventa realtà: a Fontanellato si aprono le porte del grande progetto dell’editore parmense


 Intervista di Federica De Masi.

È da tempo che Parma attende questo evento. Dopo dieci anni di fantasie e lavori, oggi apre finalmente il labirinto di Franco Maria Ricci, storico editore parmense che è riuscito nell’impresa di dare materia a un’idea che da anni alimenta i propri sogni. La Masone inaugura con la mostra “Arte e Follia”, curata da Vittorio Sgarbi, in cui si possono ammirare i quadri di due straordinari pittori della Pianura Padana: Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi.

Cosa l’ha portata a costruire un labirinto a Fontanellato?
«Volevo lasciare la mia traccia sulle terre che avevano nutrito, e un po’ anche arricchito, la mia famiglia, come il gentiluomo Vicino Orsini, che tradusse le sue fantasie solitarie nel Parco dei Mostri, a Bomarzo. Col tempo quell’idea primitiva si è trasformata. Forse è colpa dell’età, ma ormai penso a questo Labirinto soprattutto come a un lascito; un modo di restituire, a un lembo di Pianura Padana che comprende Parma, il suo contado e le città vicine, una parte almeno del molto che mi ha dato».

Secondo lei le persone oggi hanno bisogno di smarrirsi in un luogo come il suo labirinto, dove le lancette si fermano e tutto quello che c’è fuori si allontana?
«Insieme ai Giardini, i Labirinti sono tra le fantasie più antiche dell’uomo. Quando fece costruire il suo Labirinto, che era una prigione, Minosse nutriva intenzioni crudeli; io ho immaginato un equivalente addolcito, dove la gente potesse passeggiare, smarrendosi, ma senza pericolo. Il percorso all’interno del mio labirinto può servire a ritrovare la serenità, il silenzio, e infine la via d’uscita. Forse è proprio oggi che sentiamo di più il bisogno di perderci perchè il percorso per ritrovarci è salutare per lo spirito».

Chi l’ha ispirata?
«Di certo Borges, che ha spesso trattato il tema del labirinto, ad esempio nel mirabile racconto La Biblioteca di Babele, dove immagina un dedalo formato da tutti i libri possibili in tutte le lingue possibili. Altri scrittori che hanno lavorato per la mia casa editrice sono stati fonte d’ispirazione: come Umberto Eco e Italo Calvino. Il primo ha creato uno splendido esempio di labirinto con la biblioteca descritta nel romanzo Il nome della rosa, il secondo l’ha utilizzato come metafora della complessità del reale nel saggio La sfida al labirinto. Anche Lewis Carroll è certamente un autore che ha influenzato la mia attività di editore, anche se i suoi “labirinti” erano più onirici del mio, che invece esiste davvero ed è un meraviglioso giardino».

Il Labirinto del Masone è un vero e proprio parco culturale. Oltre al Labirinto vegetale, includerà uno spazio per la sua collezione d’arte permanente, che oggi comprende oltre 500 opere fra pitture, sculture e oggetti d’arte, dal ‘500 al ‘900 e uno spazio per le mostre temporanee, dedicate ad artisti sorprendenti e poco noti.
«Colleziono opere d’arte e libri della metà degli anni ’60. Sono un collezionista bifronte. Maniacale, nella raccolta di opere di Giambattista Bodoni, ma imprevedibile nella collezione di opere d’arte. Una bipolarità che mi ha permesso di inseguire un solo obiettivo: la bellezza, anche se talvolta gli accostamenti possono sembrare arditi. Le sculture di Wildt convivono al fianco di quelle di Bernini e di Canova, i dipinti di Ligozzi e Carracci con quelli di Hayez e di Ligabue».

Per la costruzione del labirinto ha scelto il bambù, perchè?
«La pianta tradizionale dei labirinti è il bosso, anch’io forse l’avrei usato, se fossi stato più giovane. Il bosso però cresce lentamente, mentre il bambù è velocissimo, non si ammala, non perde le foglie e a causa della sua impaziente crescita assorbe grandi quantità di anidride carbonica, lasciando a noi l’ossigeno. Fra i compiti della Fondazione Franco Maria Ricci vi sarà quello di restituire armonia al paesaggio padano, deturpato negli ultimi tempi da capannoni industriali. La Fondazione fornirà le piante necessarie e un servizio di consulenza; gli imprenditori potranno così mascherare i propri capannoni con le delicate cortine verdi delle canne e il paesaggio tornerà alla bellezza perduta».

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