17 Gennaio 2016

Gabriella Corsaro, una vita per il canto

Gabriella Corsaro, una vita per il canto

INTERVISTA DELLA DOMENICA. Solista, didatta, direttrice di coro, attualmente dirige l’Ars Canto Giuseppe Verdi.  Il più grande desiderio? Vorrei che la musica, a Parma come in tutta l’Italia,  fosse vissuta non come un aspetto ludico, ma come un’occasione di crescita


Originaria di Oppido Mamertina (RC) Gabriella Corsaro è ormai parmigiana d’adozione, vive infatti nella nostra città dal 1999, anno in cui è arrivata per un’audizione al Teatro Regio. All’attivo ha oltre venti ruoli in titoli d’opera e all’attività solistica affianca quelle di didatta di canto e di direttore di coro. Attualmente dirige l’Ars Canto Giuseppe Verdi costituito dal coro voci bianche, riconosciuto quale coro del Regio e il coro giovanile che nel 2014 è stata la sola formazione giovanile italiana ammessa all’International Choral Competition di Rimini. Dirige inoltre il Coro Pezzani ed è presidentessa dell’Associazione Cori Parmensi

Gabriella quando hai scoperto che il canto sarebbe stata la tua strada?

«Io canto da sempre, ho sempre fatto la solista ma il mio primo approccio alla musica è stata in una formazione corale. Quando ero all’asilo dalle suore mi facevano sempre cantare, avrei preferito giocare ma ricordo ancora Suor Giuseppina che mi disse: “hai un dono, non puoi tenerlo nascosto”. Mi sono sentita come investita di una missione, ero piccola ma percepii che il talento è tale se lo spendi con gli altri e per gli altri».

 

Ormai sono 16 anni che sei arrivata a Parma, cosa ti ha fatto restare?

«Credo sia stato il fatto di essere entrata “dalla porta degli artisti” e questa è una città innamorata degli artisti, mi sono sentita accolta. Mi è piaciuta per la sua dimensione, io ho studiato a Milano, ma dal mio paesino dell’Aspromonte c’era troppa distanza. Parma invece ha la stessa dimensione umana, il rapporto è uno a uno, sono riuscita ad entrare con facilità».

 

Cantante, direttrice di coro, didatta, c’è un ruolo che ti definisce maggiormente o sono tutte facce di una stessa medaglia?

«Comunicazione è la parola che più mi rappresenta. Tutti e tre i ruoli prevedono l’uso del linguaggio e la divulgazione è una chiamata alla responsabilità. Devi avere coscienza di quello che stai trasmettendo, ti dà la possibilità di incidere, di interessare, proporre mondi. Io all’università ho studiato giurisprudenza, molti mi hanno chiesto cosa c’entrasse col canto, entrambi hanno a che fare con la potenza della parola, che anche gli avvocati hanno».

 

Quali sono le maggiori difficoltà che si affrontano nell’insegnare canto a piccoli allievi?

«La cosa più difficile con un bambino è essere efficace, inoltre si ricordano tutto, sono gli allievi più esigenti e intransigenti. Con gli adulti, i disabili o le fasce deboli cambiano le parole ma il linguaggio è sempre lo stesso. L’importante per me è trasmettere a chi mi sta davanti quello che ho provato, quello che ho vissuto da cantante sulla mia pelle.

 

Cosa ti hanno insegnato invece i bambini in tutti questi anni di stretta vicinanza con loro?

«Mi hanno insegnato la fatica della semplicità. Da adulto diventare semplice è difficile. Mi hanno insegnato a non dare nulla per scontato e anche la schiettezza. Con loro tutto è diretto, bisogna mediare perché il tuo mondo deve essere accessibile al loro e inoltre ti costringono alla coerenza, non puoi dire una cosa e poi farne un’altra».

 

Un aneddoto indimenticabile durante una prova o uno spettacolo?

«Mi ricordo che quando ho debuttato al Regio nel 2005 ne “Il barbiere di Siviglia” avevo un raffreddore pazzesco ed ero terrorizzata. Mi chiamò l’allora sovrintendente Gian Piero Rubiconi, che era in compagnia di Leo Nucci, per chiedermi come stavo e Nucci intervenne per tranquillizzarmi dicendomi che si poteva cantare benissimo anche col raffreddore. Io allora gli credetti e mi resi conto, subito dopo aver fatto le prove, che non vedevo l’ora di entrare in scena. Tutta l’ansia era sparita, fremevo, non per togliermi il pensiero ma perché ero felice che fosse arrivato il mio momento. Ogni volta che oggi vedo i miei bambini in scena spero sempre che in loro ci sia il pensiero: “è qui che voglio essere”, fosse anche solo per una volta».

 

Il progetto nel cassetto che devi assolutamente realizzare?

«Veramente ne ho una cassettiera. Spesso ne realizzo uno e mi accorgo che è solo la parte di un altro. Mi piacerebbe che la musica, se potessi in qualche modo influire, potesse arrivare a tutti e a qualsiasi livello, che si smettesse di pensare la musica come un’occasione di eventi».

 

Pensi che a Parma sia vissuta così?

«Parma come tutta l’Italia non coglie la musica come un’occasione di crescita sociale e culturale, la vive come un aspetto ludico. Nel 2005 in Calabria cantai in un “Elisir d’amore” che riuniva in un unico progetto tutti i teatri della regione, fu un lavoro durissimo. In quei giorni venne ucciso il vice presidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno. Tutta la Calabria si fermò e anche l’opera, perché era attività ludica. Io ne soffrii molto, noi venimmo comunque pagati, non fu quello il motivo, ma pensai che si potessero togliere gli applausi ma non fermare la cultura, che è l’unica cosa che ci può salvare».

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