18 Aprile 2019

Fenomeno Hikikomori, il ritiro sociale dei giovani

Fenomeno Hikikomori, il ritiro sociale dei giovani

Colpisce una fetta ben precisa della società: adolescenti prevalentemente di sesso maschile che reagiscono al sentimento di inadeguatezza


La piazza è un palcoscenico difficile da calcare. E lo sanno bene i giovani Hikikomori. Il termine, di origine giapponese, significa letteralmente “stare in disparte”, “tirarsi fuori”, un ritiro dalla società a tutti gli effetti. Il fenomeno si sta diffondendo sempre più e riguarda principalmente la popolazione maschile in età adolescenziale. Ci si sottrae a luoghi di relazione molto specifici, soprattutto quelli che hanno a che fare con mondi competitivi e prestazionali, come lo sport o la scuola, dove i ragazzi, tutti coetanei, giocano una partita tra pari. «Il fenomeno non è più tanto recente, – ci spiega il dottor Fabio Vanni, psicologo psicoterapeuta- esiste da ormai 10-15 anni. Ma è in continuo e rapido aumento».

Perchè ha una larga prevalenza maschile?
«L’esigenza di trovare per forza una strada diventa un peso che incombe sulle spalle del ragazzo, che non si sente all’altezza di quello che la società richiede. Questo sentimento di inadeguatezza colpisce molto di più l’identità maschile del condottiero e per gli uomini è una perdita della posizione verticale in cui erano in passato. Uscire dal gioco, sottrarsi alla partita è l’unica via d’uscita.»

Da cosa è causata la scelta di isolarsi?
«La cultura orientata alla performatività incide molto. Non dà delle strade da seguire, dice solo “devi realizzarti, ma arrangiati, vedi tu come farlo”. Quella che noi chiamiamo ‘apprenditività’ è l’esperienza di apprendimento nel mondo. Se il mondo non mi riconosce e non riesco ad essere all’altezza dei modelli, crollo. E l’adolescenza è la fase dove si è più esposti al mondo esterno.»

Come si manifesta questo disturbo?
«Il primo segnale è l’atteggiamento di minacciosità: guardare il mondo in termini persecutori, come se fosse perennemente ‘brutto e cattivo’. E poi il ritiro dagli aspetti sociali della vita. La scuola è il passaggio chiave, perché è un luogo fortemente sociale, da cui i ragazzi si allontanano. Ci sono diversi modi di esprimere il ritiro dalla società e la comparsa può essere sia molto graduale e lenta, che anche netta e subito grave.»

Possiamo parlare del fenomeno in termini di patologia?
«Dal punto di vista formale, no. Il fenomeno Hikikomori non è incluso in nessuna classificazione patologica. Di fatto è una condizione di grande sofferenza.»

In cosa consiste il percorso terapeutico?
«Il trattamento è di tipo psicologico-educativo. Dipende moltissimo dalla tipologia delle situazioni e riguarda la persona e il sistema, nello specifico caso. Ci sono ragazzi che riescono a venire qui nel mio studio, e altri casi invece in cui è necessario l’intervento domiciliare. E non è sempre detto che si venga accolti con facilità. Ci sono delle situazioni che vanno avanti per anni, addirittura casi in cui il ragazzo salta completamente tutto il periodo della socialità dell’adolescenza.»

La richiesta d’aiuto arriva dai genitori: quando devono rivolgersi a uno specialista?
«L’allarme arriva soprattutto quando c’è un abbandono scolastico. Per limitare le situazioni estreme di cui si parlava prima, è importante intervenire quando si notano i primi segnali, o comunque appena subentra l’abbandono scolastico. Non aspettare che passino mesi prima di chiedere aiuto.»

La famiglia rappresenta già il primo livello della società da cui il soggetto scappa?
«In genere il genitore è più un rifugio, non un luogo da cui scappare. È il mondo esterno quello da cui nascondersi.»

La famiglia può invece essere una causa del problema?
«C’è certamente una tendenza a spingere i bambini verso un’autorealizzazione di sé, che più propriamente chiamerei un’autoaffermazione di sé. L’enfasi sulla necessità di diventare qualcuno a tutti i costi è una spinta familiare, destinata spesso a produrre nell’adolescente soltanto delusione.»

A Parma che incidenza ha questo fenomeno: quanti sono gli hikikomori?
«È un dato molto difficile da dire, essendo un fenomeno in continua crescita. Posso dire che le situazioni di ritiro parziale sono tantissime.»

I ragazzi autoreclusi sono stati prima dei bambini ‘sociali’?
«Questo è un aspetto interessante da mettere in luce. Fin dalla nascita, affidiamo i nostri bambini a soggetti terzi che gestiscono parti sempre più consistenti del loro tempo di vita. Dai nidi alle baby sitter, dalla scuola materna allo sport: la prima decade di vita si caratterizza per una cavalcata in una socialità che avviene sì sotto l’egida di adulti, ma che colloca il bambino in un mondo di pari. Quando si arriva all’adolescenza, viene a mancare il controllo dell’adulto: questo impatto con un mondo ‘altro’ meno protetto di quello dell’infanzia, ma ancor più esposto al mondo peer, può non essere affatto facile.»

Il mondo del web che cosa rappresenta per gli hikikomori?
«È lo strumento per presentarsi, con le proprie capacità, nel modo in cui si vuole. Fa da filtro rispetto a quello che il ragazzo vuole esprimere di sè. Quando sono nati i primi fenomeni di questo tipo i genitori mi dicevano “gli tolgo internet” o “stacco il modem”. Mai! Non è il fatto di avere accesso alla rete che provoca l’esclusione. La rete è in quel momento un salvavita.»

E cosa avviene all’interno della propria cameretta?
«Di solito si gioca molto ai videogiochi: è un modo per avere a che fare con una rete molto lontana e mettersi alla prova, magari diventando anche molto bravi e ottenere dei riconoscimenti che nutrono il narcisismo del ragazzo. Nella maggior parte dei casi, sono videogiochi di battaglia, di conquista, dove tutto l’immaginario maschile viene espresso. Quella fase di esclusione rappresenta una sorta di training, di allenamento, per essere in grado poi di affrontare la vita vera.»

 

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