13 Gennaio 2017

Discorso Sant’Ilario del sindaco: “Parma città in cammino”

Discorso Sant’Ilario del sindaco: “Parma città in cammino”

I nostri interventi più significativi: “l’ex Bormioli, l’ex Star, l’ex Cral Bormioli, l’ex Manzini-Pasubio e l’ex Ostello della Cittadella”


Concittadini e autorità, buongiorno a tutti.

Vi ringrazio per essere sempre numerosi e fedeli alla cerimonia di Sant’Ilario, un giorno che per Parma rappresenta un tradizionale momento di riflessione, arrivato alla sua 30esima ricorrenza. Ringrazio di cuore e mi complimento con chi oggi riceverà la civica benemerenza e la medaglia d’oro, e voglio ringraziare e ricordare anche chi in questi anni l’ha ricevuta per meriti, onori e responsabilità.

Siete tutti simboli di una Parma che ogni mattina alza la saracinesca e inizia la giornata col sorriso; i rappresentanti di chi ogni giorno fa il proprio mestiere con orgoglio, tenacia e umiltà, nei borghi del centro storico, nella periferia in continuo mutamento, contribuendo con la vostra passione a fare di Parma una piccola capitale d’Europa. Lo fate raccontando una Parma viva, attiva e operosa, pronta a “farsi su” le maniche e a lavorare con entusiasmo.  D’altra parte un grande del passato sosteneva che:

“Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”.E la passione fa di Parma una realtà vitale della storia d’Italia, non certo ai margini del progresso. Oggi è l’ultimo giorno di Sant’Ilario di un ciclo politico lungo, difficile ma entusiasmante. Lo dico con particolare emozione, consapevole che per ogni cosa che finisce c’è sempre un nuovo inizio.

Tutti noi: parmigiani, istituzioni e imprese abbiamo raccolto questa sfida in un periodo storico davvero complesso. È stato definito il tempo della “Confusione globale”. Utilizzando la satira, sempre pungente e sempre attuale, si dice che: “C’è così tanta crisi che Babbo Natale invece delle letterine riceve curriculum”. Entrambe le espressioni raccontano di un mondo che non è più quello che conoscevamo. E noi di Parma, tutti insieme, abbiamo dovuto affrontare le turbolenze e gli scossoni che da questo mondo ci sono arrivati:

la crisi economica, il fenomeno dell’immigrazione, l’avanzare di ideologie estremiste, il distacco sempre più marcato tra politica e società. Ecco: tutto questo ha contribuito a cambiare la storia dell’Italia e del mondo. Recentemente, come saprete, sono stato invitato in vaticano a partecipare ad un summit di sindaci provenienti da tutta Europa voluto da papa Francesco, per parlare di migrazione e di accoglienza.

Di quel giorno mi sono rimaste impresse le parole del sindaco di Barcellona, Ada Colau, che ha gettato un seme di responsabilità, libertà e speranza nel terreno del grande dibattito. Citando alcuni politici europei e italiani, Colau ha sostenuto che i muri non dividono solo gli uomini dagli uomini, ma anche le idee dalle idee, i sogni dai sogni, e rendono più difficili le soluzioni cui deve ambire l’Europa.

Chiudendo il concetto, ha affermato che le ruspe, che da più parti vengono invocate, non sono fatte per demolire, ma per costruire. Il punto è questo: noi abbiamo bisogno di credere che la crisi non rappresenti soltanto una definitiva chiusura col passato, o un punto di non ritorno in cui arrendersi alle divisioni, alle paure e agli individualismi. Al contrario, abbiamo bisogno di credere che è il momento in cui iniziare a camminare in avanti, ma con maggiore responsabilità, lungimiranza e soprattutto con uno spirito di unità.

John Kennedy una volta disse: “Scritta in cinese, la parola crisi è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità”. E prima ancora, Einstein rifletteva: “Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla”.

Politica e scienza, due mondi lontani ma che la pensavano esattamente allo stesso modo, e in cui io mi rispecchio completamente. Dico questo perché Parma ha saputo interpretare gli insegnamenti di Kennedy e di Einstein, e mi auguro che oggi e in futuro sappia comprendere anche le parole del sindaco di Barcellona, Colau.

Parma è sempre stata, è e sarà anche in futuro una città in cammino. Un cammino che oggi, nel 2017, ci porta a celebrare i 2200 anni dalla sua fondazione. Un traguardo che poche città in Europa possono vantare. E Parma, in questi ventidue secoli, ha conosciuto e affrontato momenti di grande splendore e di grande crisi; di libertà e di oppressione; ha vissuto tempi in cui tutto poteva apparire perduto e lontano, seguiti da prodigiose rinascite. Alla luce di tutto ciò, in che modo possiamo raccontare questi ultimi cinque anni?

Un giudizio definitivo lo daranno i posteri, ma nel mio intimo, scorrendone le intense emozioni, ho alcune riflessioni da condividere. Sono riflessioni che devo ai miei concittadini, alla città in cui sono nato e cresciuto, e alla politica parmigiana. Provenivo da una esperienza che tende a dividere tutti tra buoni e cattivi, tra giusto e sbagliato. Invece la politica, come ogni attività dell’uomo, è semplicemente il mondo del realizzabile. La politica ci cambia, ci forgia, ci corregge, ci può migliorare. Il mio primo ringraziamento va agli assessori che compongono la giunta. Avete sottratto tempo prezioso al vostro privato per destinarlo alla collettività: in un momento storico in cui sono più le domande che le risposte, più i problemi che le soluzioni, non è per nulla scontato il fardello di responsabilità che avete accettato di sostenere.

Ringrazio di cuore la maggioranza. Siete parmigiani e avete scelto Parma. Siete cittadini e avete scelto la vostra città: la politica non è solo schieramento e contrapposizione, non è nemmeno un mestiere, ma un servizio. Voi avete saputo interpretare appieno quel servizio. Siete la dimostrazione che la politica non è regno esclusivo dei politici, ma uno spazio in cui possono inserirsi cittadini comuni, desiderosi di contribuire a migliorare la città in cui si è nati e cresciuti.

Ringrazio tutti i dipendenti del Comune di Parma e delle sue partecipate. Dal primo all’ultimo, per la dedizione nel lavoro, l’impegno, la costanza e la professionalità. Se Parma è una città che in tutti questi anni ha macinato risultati importanti, se ha saputo risolvere molti dei problemi societari e organizzativi, lo si deve anche alla qualità dei suoi dipendenti.

Ringrazio, infine, anche i rappresentanti della minoranza in Consiglio Comunale. In questi cinque anni ci siamo affrontati a viso aperto e senza peli sulla lingua. Abbiamo litigato e discusso; abbiamo interpretato la città con visioni differenti. Ma abbiamo fatto tutto pensando a Parma e ai parmigiani. Alla fine la politica parmigiana si è messa in cammino a servizio della città, mettendo in campo le diverse qualità e capacità e, nonostante le difficoltà o le complicazioni, ha agito per Parma. Perché solo le grandi sfide liberano e sprigionano la parte migliore della città.

Parma ha scelto di rimanere unita per affrontare una sfida comune. Nessuna sostanziale divisione, nessun tentativo di piangersi addosso, ma solo il grande proposito di cogliere la sfida senza fermarsi di fronte alle avversità. Sono stati anni davvero intensi, quelli che ci hanno portato sin qui. Ricordo ancora le prime e lunghe riunioni nella sala di Rappresentanza di via Repubblica, quando in giunta ci dicevamo:

“Il tema del debito del Comune è troppo importante, ci aspetteranno anni di intensi sforzi, seguiti da momenti di impopolarità. Cercheremo di farci capire e far capire che tutto questo è necessario”. Cinque anni che potrei riassumere con quattro sostantivi: sacrificio e impegno, ma anche entusiasmo e consapevolezza. Quel sacrificio e quell’impegno che sono stati richiesti a Parma, e l’entusiasmo e la consapevolezza di sapere che ogni cosa fatta ha cancellato problemi che minacciavano la città.

Oggi in Italia ci sono ancora 180 Comuni che rischiano o hanno rischiato il fallimento, mentre al di qua della Parma si è pensato subito a come agire: prevenire il collasso della catena dei fornitori del Comune; liquidare società partecipate prive di effettiva utilità, prevenire dissesti nelle partecipate stesse, sgravare il Comune da rischi incombenti. Sono state affrontate qualcosa come sei procedure di concordato fallimentare, cinque sudati bilanci preventivi, numerosi tavoli operativi.

Un solo e unico obiettivo: lasciare il Comune migliore di come lo abbiamo trovato. Ogni cosa pensata, ogni risultato raggiunto, ogni azione compiuta ci ha solidamente traghettato sin qui, verso un traguardo anche simbolico, ma fondamentale e ora finalmente alla nostra portata: celebrare i 2200 anni di storia della città, consapevoli che nulla era scontato, dimostrando nello stesso tempo a Parma e all’Italia che ogni scopo è raggiungibile.

Per dirla con De Gasperi: “Guardate a quella mèta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla”. Parma è una città in cammino. Una città in cammino, in un mondo fatto di città che nel frattempo stanno compiendo la loro personale ricerca di se stesse. Oggi viviamo un’epoca in cui non è più il momento di pensare in piccolo. Oggi la sfida più grande non è guardare cosa fanno le città vicine, sarebbe riduttivo e anacronistico. La vera sfida è competere con Firenze o Verona, Monaco o Copenaghen, Stoccolma o Edimburgo.

Le città si stanno mobilitando, le regioni si stanno mobilitando: là fuori c’è un’imponente corsa all’oro che farà delle città il segreto dello sviluppo economico dei Paesi industrializzati. La filosofia è: o si rimane piccoli e si resta indietro, oppure con l’attrattività e la promozione internazionale facciamo di Parma un nuovo modello di città.

Quante volte, inizialmente, in provincia e in Regione abbiamo sentito dire: Parma è chiusa in se stessa, Parma non è dialogante, Parma è autoreferenziale. Bene, Parma non è più così. Mi sono speso anche personalmente per aprire la città alle opportunità che offrivano l’Emilia Romagna e le metropoli del mondo globalizzato. Abbiamo preso l’aereo, e in quattro anni siamo stati in Germania, Francia, Austria, Giappone, Cina, Russia, Stati Uniti ed Emirati Arabi.

Da qualcuno sono stato pure criticato: il sindaco fa il turista – dicevano. Ma proprio grazie a quei viaggi abbiamo stabilito nuovi rapporti, promosso la città e i suoi prodotti, promosso il teatro ed eventi come Gola Gola Festival, consolidato vecchi gemellaggi e stretto nuovi patti di amicizia. Durante il periodo Expo, insieme a Parma Alimentare, abbiamo ospitato oltre 20 delegazioni provenienti da tutto il mondo. Meno di un mese fa abbiamo spento la prima candelina come Città Creativa della Gastronomia Unesco, un traguardo meritato ma per nulla scontato, ottenuto con impegno prima di altre rinomate e competitive città.

Un ringraziamento particolare va al solido sistema di imprese del tessuto di Parma e all’Università di Parma: senza il vostro contributo la città non avrebbe potuto ambire a questo traguardo. Fare squadra oggi non è più un concetto astratto, ma un obiettivo concreto che abbiamo dimostrato anche in occasione delle celebrazioni dei 200 anni dall’arrivo di Maria Luigia a Parma.

Antichi steccati e divisioni, hanno lasciato spazio a tavoli di lavoro e alla consapevolezza che insieme saremo sempre più forti. Tutto ciò ha contribuito a fare di Parma la prima città in Emilia per turismo. E, si sa, più turismo vuol dire più lavoro per le nostre strutture alberghiere, più profitti per l’indotto economico delle attività in centro, più visitatori per i nostri musei.

Parma, non a caso, da quest’anno è infatti la seconda città più attrattiva d’Italia, secondo l’Istat. Significa che le persone si spostano laddove c’è più mercato, più offerta nei servizi, più infrastrutture, più offerta di lavoro e maggior opportunità di far crescere i propri figli in luoghi dove la vita è prospera.

Sembra a volte dura da accettare, ma la verità è che Parma è una piccola realtà per il mondo di oggi, perciò lo dico con estrema convinzione: la sfida più grande che dovrà affrontare nei prossimi dieci anni sarà quella di farsi spazio, con grande determinazione, in un sistema internazionale che non regala niente a nessuno.

C’è un bellissimo passo di Victor Hugo che dice: “Ecco il mio motto: progresso costante. Se Dio avesse voluto che l’uomo indietreggiasse, gli avrebbe messo un occhio dietro la testa. Noi guardiamo sempre dalla parte dell’aurora, del bocciolo, della nascita”. Con questo spirito noi ci siamo proposti per Parma di rimetterci in cammino al passo con il 21esimo secolo, di recuperare i giorni persi nell’illusione autoreferenziale.

Ma sviluppo, progresso, crescita e industrializzazione sono parole che possono confondere. Spesso vengono associate alle grandi metropoli, e meno alle piccole o medie città come Parma. Ecco qual è il punto: Parma non intende rinunciare alla preziosa caratteristica di città a misura d’uomo. Io credo che per quanto grande e prospera possa essere una città, ogni uomo deve avere la possibilità di svegliarsi una mattina e percorrerla camminando.

Quando ero bambino, il fine settimana mia nonna mi portava al Parco Ducale, dove con gli amici inforcavo i grilli e gironzolavo per il giardino. Oggi guardando quel ragazzino, mi dico che Parma deve restare quella. Deve restare la Parma delle granite al limone comprate con mille lire al chiosco del Parco Ducale, quella dei gelati gustati ai piedi del Duomo. Deve restare la Parma delle passeggiate sul Lungo Parma e delle corse in Cittadella.

Una città è il “riflesso di tante storie”. Perciò a uno sviluppo sul piano internazionale deve corrispondere uno sviluppo interno assolutamente coerente con la somma di queste storie. Cambiare l’aspetto di una città non può voler dire cambiarne l’anima o la morale. Questo è stato l’errore più grande e grave del recente passato. Dunque, il cammino che abbiamo proposto è di migliorare la qualità della vita e la qualità urbana, ma opponendoci allo stravolgimento di una città che è ancora una gemma preziosa nel cuore dell’Emilia.

Se vogliamo essere competitivi all’esterno, dobbiamo essere attrattivi, sostenibili, equilibrati e inclusivi all’interno. Lasciatemi perciò dire che una città è ben più dei suoi palazzi e delle sue strade. È ben più della sua burocrazia, dei suoi uffici o delle sue piazze. La città è un insieme di modi d’essere, di storia vissuta e di tradizioni raccontate. Nella cultura, nello sviluppo urbano, nella mobilità, nel commercio e nei servizi, abbiamo voluto preservare le tradizioni, i sentimenti e i costumi di Parma.

Il 2200esimo anno della nostra storia, infatti, non rappresenta soltanto un traguardo epocale, ma l’anno del completamento di un pacchetto coraggioso di riforme che garantiranno stabilità, solidità e importanti passi in avanti in tutti i settori strategici della città. Penso prima di tutto al nuovo Psc tuttora in discussione, ovvero il Piano Strutturale del Comune, che rivoluzionerà Parma nei prossimi 10 anni. Con questo strumento riporteremo quattro milioni di metri quadrati a essere suolo agricolo dopo un decennio di cementificazione selvaggia, e rilanceremo le funzioni e l’utilizzo di aree in degrado e già urbanizzate, come l’ex Bormioli, l’ex Star, l’ex Cral Bormioli, l’ex Manzini-Pasubio, o l’ex Ostello della Cittadella.

Nella cultura e nella storicità ridaremo vita e sostanza agli edifici monumentali e ai luoghi della tradizione. Da tempo abbiamo investito risorse per il restauro dell’Ospedale Vecchio e della maestosa crociera, del complesso di San Paolo e dei Chiostri del Correggio, per la riqualificazione del Parco Ducale e della Cittadella, e per la riapertura del ponte Romano. Torneranno alla vita e ai parmigiani. Nell’edilizia e nei servizi scolastici, Parma è tra le prime città d’Italia. Ne siamo orgogliosi, perché con questo sforzo sono state migliorate la sicurezza e la qualità di un servizio destinato ai nostri figli. Lo dico con soddisfazione: è grazie al lavoro degli ultimi anni, se oggi a Parma le scuole comunali non hanno più amianto sui tetti, mentre proprio nel 2016 è stata inaugurata la nuova scuola Racagni, un gioiello d’innovazione citata come modello a livello nazionale.

Nella mobilità urbana è già in progetto un piano che rappresenta una autentica rivoluzione: più efficiente, sostenibile e che punti ad una mobilità dolce. Nella Cultura abbiamo reso i musei civici gratuiti e aperti a tutti, perché la cultura non genera solo indotto economico, ma rappresenta spazio e libertà. Inaugureremo la nuova Biblioteca di Alice, mentre quella Civica è stata ampliata e finalmente rinnovata. Il Teatro Regio, definitivamente risanato e con una strategia chiara, durante il Festival Verdi ha raddoppiato incassi e spettatori.

Infine, le periferie potranno godere di parchi riqualificati, e alcune frazioni saranno dotate di nuove piazze e nuovi luoghi di socialità. Parma che cresce, Parma che si vuole bene, Parma che cura e migliora i suoi spazi. Ma ancora non basta. Per ogni traguardo c’è sempre più di uno scoglio da superare. Oggi due spettri si aggirano per l’Europa, e non possiamo immaginare le nostre città completamente libere se non li affrontiamo. Non dopo domani, non domani, ma oggi. Si chiamano sicurezza e crisi del sistema sociale.

L’esito del recente referendum ci ha mostrato quanto l’Italia sia spaccata: da una parte i giovani e dall’altra gli anziani; da una parte gli occupati e dall’altra i disoccupati; da una parte il sud e dell’altra il nord; da una parte le città e dall’altra le campagne. In mezzo percepiamo tensione e insicurezza crescenti, causate da una radicata mancanza di lavoro, da un fenomeno migratorio complesso e da leggi deboli e inefficaci. Non passa giorno in cui non mi venga chiesto dai parmigiani di garantire più sicurezza e tranquillità. Ci sono quartieri che hanno fame di rivincita e di rinascita.

Io provengo da uno di questi, il San Leonardo, in cui sono nato e cresciuto, e dove ho vissuto l’infanzia e l’adolescenza. L’ho visto cambiare nel tempo. L’ho visto crescere e poi declassarsi. Vorrei dare più risposte di quante siano le domande, dare più soluzioni di quanti siano i problemi. Vorrei garantire certezze più di quanti siano i dubbi.

Ma non posso non fare i conti con la realtà. Oggi nessun sindaco ha gli strumenti adeguati per risolvere tutti i problemi sostanziali di questo mondo. Chi vi racconta il contrario è semplicemente un demagogo. E là dove c’è la demagogia spesso non ci sono soluzioni ai problemi ma soltanto vuote parole.

Noi garantiamo il massimo possibile: abbiamo costituito di una nuova Squadra di polizia municipale, aumentato il parco auto e la videosorveglianza, definito nuove assunzioni annuali, accordato più controlli e più sinergia con le forze dell’ordine. Ma deve arrivare un tempo in cui lo Stato si fermi un attimo, si guardi attorno, e percepisca che c’è bisogno di lui più di quanto possa pensare.

Non credo sia concepibile il fatto che ogni volta che si arresta chi spaccia o delinque, dopo qualche ora spesso è già fuori di prigione, a causa di leggi inefficaci. Non credo sia concepibile il fatto che quotidianamente mi venga richiesto un aiuto per trovare lavoro, un sostegno per trovare casa. L’Italia e le nostre città sono anche questo, e prima o poi la questione sociale deve tornare ad essere affrontata in modo serio, costruttivo e condiviso.

Fortunatamente Parma è una città che detiene alti livelli di vita e di servizi, rimasti invariati negli ultimi anni nonostante il periodo di grande crisi, la disoccupazione è sotto la media nazionale, il reddito pro capite è tra i più alti d’Italia.

Fortunatamente Parma è ancora una città che può permettersi investimenti in attività importanti e in grado di attrarre migliaia di turisti – penso all’ultimo evento di capodanno -, senza togliere alcun fondo al sociale. Parma è una città che riesce a costruire senza sminuire, ridurre o distruggere.

Ma non possiamo dirci che va tutto bene solo perché la nostra qualità di vita è mediamente alta. Le nuove povertà colpiscono alcune fasce della popolazione, specialmente quelle che non hanno un paracadute famigliare. Non possiamo cedere alla politica dell’ottimismo nascondendo la polvere sotto al tappeto.

Come Vice presidente dei Comuni Italiani (Anci), come cittadino di Parma, allo Stato chiedo più presenza e più attenzione, mentre alla politica chiedo di affrontare temi che per troppo tempo sono stati trascurati: la disoccupazione – soprattutto quella giovanile -, l’emergenza casa, ma anche l’integrazione sociale tra gli italiani e chi fugge da mondi disperati. La mia è una richiesta e una mano tesa non tanto verso qualcuno, ma verso le buone idee.

Infine, eccoci arrivati alla chiusura di un ciclo e all’apertura di una nuova stagione della città, che inevitabilmente combacerà con una nuova fase politica italiana.  Essere sindaco di Parma è anzitutto un onore: 2200 anni di storia racchiusi nel gialloblù del gonfalone sono una responsabilità grande e complicata da spiegare.

Un sindaco avverte sulle spalle, in queste circostanze, tutto il grande peso della storia, che non rappresenta solo “ciò che è successo”, ma anche e soprattutto “quello che siamo”: figli, nipoti e pronipoti dell’Oltretorrente antifascista, delle barricate del 1922, della Medaglia d’Oro alla Resistenza. Di una Parma ribelle e popolare, fatta di donne e di uomini che si sentono anzitutto persone libere.

Ma anche eredi di una Parma ducale e nobile, sempre pronta con vanto a raccontare al mondo le sue bellezze e le sue eccellenze. La fascia tricolore che indosso è la sintesi di ciò che noi parmigiani siamo e rappresentiamo nel mondo come uomini, come storia e come ideali. Una fascia verde, bianca e rossa che sa dare tanto, e soprattutto sa insegnare tanto. Il primo e il più grande degli insegnamenti è che un sindaco non appartiene a nessuno.

Un sindaco, in quanto tale, appartiene ai suoi cittadini e a loro soltanto. Credetemi, non c’è nulla di scontato in ciò che dico: spesso le divisioni politiche, le correnti all’interno dei partiti e le differenze tra fazioni contrapposte portano lontano dagli interessi e i bisogni delle città;

ci si concentra di più a valutare quanto di negativo c’è nell’avversario, mentre vengono persi di vista gli obiettivi utili per migliorare la qualità della vita dei cittadini. Spesso ci si combatte per un piccolo e insignificante successo personale, una buca o un sacchetto perso, magre conquiste che non portano vantaggi a nessuno.

Penso invece che la politica abbia bisogno di esempi positivi, da leggere e sfogliare come fossero grandi classici. Modelli di qualità umana in grado di innalzare la dignità della politica, oggi degradata da chi grida più forte e dalle dita puntate. Il sociologo Bauman, scomparso da pochi giorni, è stato il primo, grande pensatore ad ammonire la società odierna: questo sta diventando un mondo senza punti di riferimento etico.

Enrico Berlinguer è uno di questi punti di riferimento. Ricordo perfettamente il giorno della sua morte: ero appoggiato a un muretto di via Corso Corsi, mentre conversavo con un amico. Mi viene in mente anche il presidente Sandro Pertini, che negli anni ’80 sfilava a piedi lungo via Repubblica. Allora ero un bambino che frequentava l’Angelo Mazza, desideroso di incontrare per la prima volta il Presidente.

Di entrambi ricordo momenti cruciali della loro storia, unita solidamente alla storia del Paese. Abbiamo bisogno di esempi positivi affinché, per citare Brecht: “Ciò che si scrive alla lavagna un domani non venga cancellato”. È questo ciò che penso: la politica sta perdendo di vista i suoi “grandi uomini”, coloro che hanno fatto dell’Italia un grande Paese.

Se noi perdiamo la memoria del passato, non disporremo dei mattoni giusti per costruire il futuro. Ma certo non basta. Ispirarsi a chi ci ha tramandato l’antifascismo, la questione morale, il senso del dovere, il rispetto per le istituzioni, insegnandoci le parole “fatica” e “risultato”, non può certo bastare.

Si ha bisogno di un obiettivo concreto e perseguibile. Di un sogno che possiamo raccontare, che parla di una città in grado di misurarsi con la realtà, e con le carte in regola per vincere le sfide del nostro tempo. Se fosse un libro lo intitolerei: “Una città in cammino”,
perché quello di cui abbiamo bisogno oggi è davvero un sogno, un obiettivo a cui tendere. Un orizzonte fatto di speranze, di possibilità e di occasioni. Il Paese è spaccato tra i nostri genitori con il rimpianto degli anni ’60 – un’età di progresso – e i nostri figli, che fuggono dal Paese perché non vedono futuro. Entrambi sono uniti da una mancanza di obiettivi comuni e raggiungibili.

Negli ultimi anni abbiamo lavorato per unire questi due mondi. Ma alla fine, e senza alcun timore di smentita, possiamo parlare di risultati reali e tangibili; possiamo parlare di una Parma che in cinque anni è tornata padrona del proprio destino in un’Italia che ancora stenta. Una Parma certamente più solida e concreta rispetto a molte altre città, impaziente di affrontare nuove prove.

È vero, ci sarà sempre qualcosa di cui lamentarci, ma ogni volta che il velo dell’insoddisfazione annebbia il nostro sguardo, dobbiamo chiederci: se oggi come città abbiamo più problemi di quanti non siano quelli lasciati alle spalle; più rimpianti di quante siano le opportunità che ora possiamo cogliere; se è stato toccato il fondo, o se invece rialzandoci abbiamo ripreso il posto che meritavamo.

Nel 2017 si concluderà il nostro viaggio, quantomeno la parte iniziata nel 2012. Ma non terminerà il sogno di Parma, che è più delle sue istituzioni, più della sua immagine nel mondo, più dei suoi palazzi e delle sue strade. Qualsiasi cosa il futuro vorrà per lei, continuerà a essere una città in cammino: perché il progresso ci chiede di non fermarci mai; perché non basta sentirsi dalla parte giusta: per cambiare le cose bisogna immergere entrambe le mani nel fango; perché il cambiamento è una costante della vita, e Parma vuole governarlo e non subirlo. Una città in cammino, infine, perché continui a inseguire un solo e condiviso obiettivo: essere all’altezza dei sogni e delle aspirazioni dei parmigiani, e saperli realizzare. Parma è la storia e la vita di ognuno di noi, chiamati ad operare in tempi e in modi che non forse avevamo previsto. Nessuno ha la risposta pronta ai grandi problemi, nessuno è perfetto in quel che fa, ma ognuno di noi mira sempre al meglio, perché questa città chiede il meglio di ognuno di noi.

Potete confermarlo: nel proprio quotidiano, fidandosi del proprio istinto, ognuno di voi combatte battaglie che sono come sfide, e le affronta perché crede in quel che fa: alcune si possono vincere, e le vinciamo. Altre inevitabilmente si perdono. Ma tutte valgono la pena di essere vissute e affrontate sino in fondo.

Andiamo a casa ogni sera con la speranza che i nostri sacrifici siano valsi a qualcosa, che il nostro istinto ci abbia portato sulla strada giusta e che il nostro meglio sia quel che merita la città. Grazie, a tutti i Parmigiani che danno il proprio meglio per Parma.

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