23 Maggio 2016

Buccarello: “Il vino assomiglia agli italiani e viceversa”

Buccarello: “Il vino assomiglia agli italiani e viceversa”

INTERVISTA DELLA DOMENICA. Attore e sommelier, Rocco Antonio Buccarello è parmigiano d’azione, a Parma dal 1993, si è formato alla scuola di recitazione del Teatro del Tempo, con cui attualmente collabora


All’attività attoriale affianca quella didattica, tenendo laboratori nelle scuole ed ha realizzato diversi spettacoli incentrati sul vino, dal recital per voce e piano “Le parole del vino” del 2012 all’ultimo “12 gradi e mezzo”, una produzione della stagione teatrale 2015-2016 del Teatro del Tempo.

È nata prima la passione per la recitazione o per il vino?

«Quando sono arrivato a Parma alla recitazione non pensavo. Ho iniziato tardi, è stata una casualità. Avevo accompagnato una mia amica alla presentazione di un corso a Teatro Europa, lei poi non si è iscritta ed io sì. Da lì questa passione ha cominciato a crescere e nel ’98 ho iniziato la scuola di recitazione del Teatro del Tempo. L’interesse per il vino è partito decisamente prima, già in famiglia. Se penso a me piccolo ricordo la vendemmia a settembre ad Araredo, il mio paese, che è vicino a Gallipoli, in Salento. Ancora oggi abbiamo un piccolo vigneto e produciamo Negramaro per noi e per gli amici. Durante la vendemmia i vecchi raccontavano storie della seconda guerra mondiale, si cantavano canti popolari salentini che prevedono un botta e risposta. È una situazione che mi ha sempre affascinato. La vendemmia era tutto un raccontare, un narrare, forse già lì mi si è instillato il “germe” del teatro. A Parma poi, mentre studiavo economia, ho iniziato a lavorare in ristoranti di un certo livello, avendo quindi la possibilità di assaggiare vini importanti, che altrimenti difficilmente avrei potuto comprare».

“Il vino assomiglia agli italiani e viceversa” reciti nel tuo ultimo lavoro “12 gradi e mezzo”, scritto da Matteo Bacchini, di che spettacolo si tratta e cosa intendi?

«È partito tutto dal fatto che Bacchini ha conosciuto mio padre. Io gli avevo già raccontato tante storie sul Negramaro, che è il simbolo del Salento per la produzione vitivinicola, e insieme ci è venuta l’idea di scrivere questo spettacolo. Un vino è connotabile da un punto di vista geografico, le caratteristiche dei vini si riscontrano nei territori in cui nascono; il clima, le tecniche di cantina, incidono fortemente nella sua produzione. La Malvasia ferma si trova oltre che qui anche in sud Italia, ma il terreno e il clima diverso fan sì che sapori e profumi siano completamente differenti. Io amo molto i vini naturali perché bevendoli escono le storie dei produttori e le loro filosofie di rispetto per se stessi e per l’ambiente, cosa che non può avvenire degustando i vini industriali».

A Parma produciamo vini come Malvasia, Lambrusco, Barbera, Bonarda, cosa dice questo di noi?

«Se si viene a mangiare in Emilia l’abbinamento più sensato non può essere con l’Amarone o il Franciacorta ma con i vini della tradizione. Un piatto tipico di queste parti richiede il Lambrusco o la Barbera e proprio il Lambrusco è il vino che più di ogni altro rappresenta il “parmigiano del sasso”, quello che non segue le tendenze del momento. In un piatto di cappelletti non è raro vedere un parmigiano “doc” versare un buon bicchiere di Lambrusco, l’ho visto fare tante volte, soprattutto dagli anziani. Diversi piatti parmigiani sono molto pesanti e hanno bisogno di vini leggeri, che grazie all’anidride carbonica, tolgano grassezza al piatto».

Hai in mente anche altri progetti con  il vino come protagonista?

«12 gradi e mezzo è nato per il teatro ma è stato pensato per essere portato in giro sia integralmente che per quadri. È uno spettacolo che prevede tre degustazioni, una iniziale, una intermedia e una finale, che possono essere fatte con i vini delle cantine che ospitano lo spettacolo. Quindi al momento è questo il progetto su cui vogliamo puntare con Matteo Bacchini che ha scritto il testo e Luca Savazzi che in scena dialoga con me al pianoforte».

Ci racconti uno dei quadri dello spettacolo?

«Uno di quelli che mi diverte di più ha per protagonista un contadino delle miei parti, Carunchio, ispirato alla figura di mio padre. A casa mia quando qualcuno aveva la febbre eravamo soliti comprare tante bottiglie di acqua Fiuggi, nella convinzione che in quello stato fosse l’acqua migliore da bere. Nello spettacolo Carunchio cerca di convincere le autorità competenti a certificare il suo vino, il Negramaro, che ha prodotto con tanta cura e messo proprio nelle bottiglie di acqua Fiuggi, senza togliere neppure l’etichetta».

E ottiene la certificazione?

«Ovviamente no e non ne capisce il motivo. Dalle nostre parti è proprio nella mentalità contadina recuperare tutto, quello che conta è la sostanza, non si guarda alla forma».

Oggi si svolge l’ormai tradizionale Festa del vino di via Bixio. Tu vi hai preso parte più volte, sia in veste di sommelier che di attore, cosa pensi di iniziative di questo tipo?

«Sono occasioni molto utili per accrescere la cultura del vino. Spesso la gente beve senza sapere cosa sta degustando. Il fatto che ci siano persone competenti che spiegano le caratteristiche di quello che la gente decide di mettere nel bicchiere e suggeriscano abbinamenti, non può che migliorare la conoscenza del vino, farlo percepire in modo diverso. C’è anche un altro aspetto. Spesso piccoli produttori hanno difficoltà a promuoversi, ad eventi come il Vinitaly uno stand costa cifre esagerate, in contesti come la Festa del vino di via Bixio si ha invece la possibilità di avvicinare un ampio pubblico a cifre abbordabili».

Parteciperai anche quest’anno?

«Non nelle vesti di attore o sommelier ma sicuramente andrò a degustare i vini per mio piacere. Sommelier non si diventa solo studiando, le nozioni tecniche servono ma solo assaggiando in continuazione s’impara davvero e si affina il palato».

 

 

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