26 marzo 2016

Banchini: una storia d’amore col cioccolato

Banchini: una storia d’amore col cioccolato

Storie di commercio. “La nonna ci diede un’antica scatola di cioccolato Banchini: io e mio fratello la guardammo rapiti, perché c’era scritto il nostro cognome”


Telefono, risponde una voce disponibile, fissiamo un appuntamento. Il giorno dopo, percorro via Mazzini, raggiungo Piazza Garibaldi. Immagino come fosse nel 1879. Così, scompaiono le auto e al loro posto compaiono eleganti carrozze. Scompaiono i ragazzi coi jeans, al loro posto sfilano raffinati giovanetti in abiti scuri. Tutt’intorno, la quiete. Attraverso un varco spazio-temporale, una magnifica macchina del tempo mi porta indietro, in epoche sognate e sognanti, in epoche ferme nella storia e nelle menti. Mi avvio verso Piazzale Cesare Battisti. Lo vedo in lontananza, arriviamo quasi in contemporanea: lui per aprire il negozio, io per ascoltare la sua storia. È Alberto Banchini.

“C’era una volta un giovane che aveva nel cuore il sogno di fare innamorare le persone del gusto dolce di Parma”. Così inizia la storia della Cioccolateria Banchini, era il 1879.
«Esatto. Inizia tutto con il nostro trisavolo, Gian Battista Banchini, che proveniva da Viganella, un paesino vicino Verbania. Era un commerciante di carbone, si trasferì a Parma quando aveva circa 25 anni e, agli inizi degli anni ’70 dell’Ottocento iniziò a lavorare nella Caffetteria Bontadina, in Piazza Garibaldi, all’epoca “Piazza Grande”, dove imparò l’arte del cioccolatiere. Dopo poco, rilevò l’attività e la chiamò “Fabbrica di Cioccolato G. B. Banchini”. La fabbrica principale era in via Trento, tuttora si può vedere dov’era collocata, ma al suo interno non c’è più nulla».

Un’attività che però, nel Novecento, ha subito una battuta d’arresto…
«Sì, nel ’61 mio nonno e i suoi fratelli hanno deciso di chiuderla. Mio nonno, nel ’55, era diventato presidente della Rugby Parma. Gli altri due fratelli, forse per la mole di lavoro, hanno deciso di chiudere e in famiglia tutti hanno preso strade diverse: nessuno ha voluto proseguire quest’attività».

Ma forse era destino che proprio tu e tuo fratello Giacomo riprendeste le redini dell’attività. Da piccoli eravate affascinati proprio da una scatola della famosa cioccolateria…
«Era un’antica scatola di cioccolato Banchini che la nonna paterna aveva regalato ai miei genitori. Era nella credenza, in cucina, io e mio fratello la guardavamo rapiti, perché leggevamo il nostro cognome impresso su quella scatola. Io e Giacomo eravamo amanti dei dolci, nostra madre preparava spesso torte e il cioccolato era per noi una vera e propria passione. Quindi, sapere di avere antenati cioccolatieri suscitava in noi tanta curiosità, tanta voglia di scoprire il nostro passato e, soprattutto, raccontarlo alla città. Per questo abbiamo iniziato a fare ricerche: tra cantine di parenti, mercatini, case di amici, abbiamo trovato etichette, vecchie scatole, utensili, premi e così abbiamo realizzato una mostra. Intanto, nostro zio, nella sua cantina, aveva trovato il ricettario di suo padre: è stata la molla che ha fatto scattare i nostri progetti. Pian piano, la nostra passione verso questo mestiere è cresciuta. Io e Giacomo facevamo lavori diversi: lui grafico e video maker, io preparatore atletico, ma questa passione è stata così forte da spingerci a investire anche sulla storica attività della nostra famiglia. Nel 2012, quindi, abbiamo inaugurato la nuova cioccolateria in via Spezia. Parallelamente, abbiamo aperto vari temporary shop: in borgo San Biagio nel 2012, in via Nazario Sauro nel 2013, in via XX marzo nel 2014 e, nel 2015, in Piazzale Cesare Battisti, che, a marzo, si è trasformato in un negozio fisso. La Cioccolateria Gelateria Banchini è tornata in centro. Quella in via Spezia è la sede produttiva, questo è invece punto di rivendita, anche se i gelati e le basi per i gelati li facciamo ugualmente qui in un piccolo laboratorio».

Come l’ha presa la vostra famiglia quando avete deciso di riaprire l’attività?
«Loro ci credevano, ma la gente era un po’ spaventata, soprattutto per i tempi di crisi. Riaprire un’attività del genere rappresentava una vera e propria scommessa, qualcosa di azzardato, ma in certe situazioni o ti butti, o non saprai mai come sarebbe potuta andare. Noi ci abbiamo provato e, finora, sta andando bene: i nostri prodotti piacciono alla gente».

I prodotti sono venduti solo a Parma?
«No, vendiamo in Italia e all’estero. Siamo in Svezia, ultimamente abbiamo iniziato anche in Giappone e pian piano contiamo di espanderci sempre di più».

A questo punto, la nostra chiacchierata s’interrompe perché entra un cliente. Il negozio è aperto da soli sette minuti e già l’occhio e il palato attento di un uomo con gli occhiali da sole, si lasciano conquistare dalle delizie presenti in negozio. Ed è in quel momento che capisco davvero quanta passione riversi Alberto nel suo lavoro: non si limita a vendere, ma consiglia, suggerisce, propone, segue l’uomo con gli occhiali e prova a indirizzarlo verso il gusto giusto, verso il regalo adatto da fare a quell’amica che non ama il caffè. 

«…scusami, ma il lavoro chiama. Dicevo che non siamo solo a Parma. Ad esempio, abbiamo un paio di negozi in centro a Roma che rivendono il nostro cioccolato. Siamo anche a Milano…siamo in varie zone della penisola, tutte zone raggiunte da me e mio fratello, perché facevamo noi da agenti commerciali».

Cosa significa oggi fare questo mestiere?
«Prima di tutto ci vuole passione, altrimenti lavorare diventa difficilissimo. Un lavoro del genere, soprattutto all’inizio, richiede molta fatica: se non ci metti passione e non riesci a divertirti, è impossibile andare avanti».

Sul sito internet della Cioccolateria avete raccontato la vostra storia come se fosse una favola. E’ effettivamente così?
«Beh, è accaduto proprio così, siamo contenti di raccontare la nostra storia alla gente. Magari può essere utile ad altre persone che hanno storie simili alla nostra, spingendole a intraprendere questo vero e proprio viaggio nel passato e, soprattutto, nel futuro».

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