19 Marzo 2016

In aumento le false partite iva, il Nidil: “Un fenomeno preoccupante”

In aumento le false partite iva, il Nidil: “Un fenomeno preoccupante”

Diana: «Spesso i lavoratori non hanno scelta, diventano autonomi perché le aziende non offrono loro alternative ma poi seguono orari da dipendenti»


Pur essendo considerato uno strumento utile alla produttività, oltre che alla conciliazione familiare, una ricerca di Infojobs ha rilevato che il 64% delle aziende e il 93% dei candidati non sanno che in Parlamento è in discussione un disegno di legge sullo Smart working. «Credo sia indispensabile passare dal disegno di legge alla contrattazione, ad accordi non individuali ma collettivi, che regolamentino le modalità di fruizione dei lavoratori e lavoratrici», commenta Luisa Diana del Nidil Cgil Parma. «Lo Smart working è una formula flessibile che sta prendendo sempre più piede, non prevede una riduzione di orario lavorativo, né di stipendio, né di contratto – spiega -. Il telelavoro, che ne viene considerato l’antenato, in realtà era pensato in forma esclusiva, mentre nello smart working i dipendenti aderiscono per un certo numero di ore mensili che possono svolgere all’esterno. È in questo senso evitato il rischio di isolamento aziendale. Esistono già da tempo esperienze in Italia, nell’information tecnology ad esempio, ma oggi servono regole chiare».

Quali sono i vantaggi e limiti del lavoro agile?

«Si registra una maggiore produttività, sebbene questo non significhi che non si smetta mai di lavorare. Ci sono sistemi tecnologici che consentono di controllare gli orari. Ma ci sono elementi che vanno valutati, ad esempio il livello di autonomia del lavoratore o l’equilibrio dei carichi di lavoro».

Cosa ne pensa invece del fenomeno dei coworking?

«Il coworking è interessante perchè rappresenta un fenomeno inverso, generato dal popolo dei freelance, liberi professionisti, imprenditori che abbandonano il lavoro da casa per condividere spazi, ma non solo, anche per creare opportunità di lavoro attraverso la rete di relazioni che l’ufficio condiviso permette di cotruire».

Come vede l’aumento di lavoratori freelance in partita iva?

«È un tema delicato. Stiamo parlando di un terziario avanzato, fatto di consulenze, dove il lavoratore autonomo è tale se mantiene la sua autonomia. Ma il fenomeno che preoccupa, ed è sempre più crescente, è quello delle partite iva che non hanno avuto scelta, perché così richiesto dalle aziende per le quali lavoravano o per le quali si propongono. Partite iva che in realtà rispettano orari di lavoro e che vengono trattate come dipendenti».

È colpa della crisi?

«No. È una brutta abitudine delle aziende, quella di risparmiare sul costo del lavoro. Accadeva anche prima della crisi. Il processo è iniziato nel 2003, con i contratti flessibili, fino al 2009. La crisi ripropone alle partite iva lo stesso metodo, perché sono scomparse le collaborazioni a progetto. Non solo si è modificata la mentalità delle aziende, ma è anche peggiorata perché non hanno saputo tenersi dentro il “Know How”, a causa di una logica che ha portato al ricambio continuo di lavoratori».

Intervista estratta dallo speciale “Smart working, Coworking, lavoro freelance”  del nostro magazine Il Mese Parma clicca qui per sfogliarlo online 

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