4 Novembre 2019

Ai Diari di Bordo, la presentazione di “Bisognava provarci, Parma e la malattia mentale”

Ai Diari di Bordo, la presentazione di “Bisognava provarci, Parma e la malattia mentale”

Il libro racconta il ruolo svolto dalla città emiliana nel movimento che a livello nazionale ha portato alla legge 180/1978 e alla nascita dei servizi territoriali per la salute mentale


“Bisognava provarci. Parma e la malattia mentale: dal manicomio ai servizi territoriali” è il volume di Progetto Itaca Parma che verrà presentato martedì 5 novembre ai Diari di Bordo alle ore 18.00.
Un’appassionante ricerca storico-antropologica – firmata da Valerio Cervetti, Ilaria Gandolfi e Paola Gennari ed edita da Grafiche Step – sul ruolo altamente originale e innovativo svolto dalla città emiliana nel movimento che a livello nazionale ha portato alla legge 180/1978 e alla nascita dei servizi territoriali per la salute mentale.

“Bisognava provarci” è la storia di Giordana, che al manicomio di Colorno ci è nata; di Mauro, che lì ha fatto l’infermiere e ora è la sua famiglia; e di Loredana, che quando seppe che l’Ospedale avrebbe chiuso, pensò: Santo Dio e adesso? Come faremo? È la storia di Giacomo, Vincenzo, Corrado, Maria: giovani psichiatri con la voglia di cambiare il mondo, poco più che ventenni, catapultati nella bocca del leone, costretti a cercare una via di fuga dall’orrore dei reparti. È la storia di Stefano, che per evitare un TSO una notte ricoverò una Moto Morini; e di Carla, che ancora oggi ricorda i sorrisi sdentati del suo Luciano… “Bisognava provarci” è la storia di Mario; di quando pensò: Io li porto a casa! e delle strategie con cui riuscì a farlo per davvero. Delle sue telefonate a Marcella, alle sei del mattino, e di quando insieme forzarono le cose fino all’azzardo. È la storia di Franco, che seminò a Colorno ma volò quasi subito a Trieste; di Ferruccio, che silenzioso e instancabile ne prese il testimone… e di tanti, tantissimi altri.

Bisognava provarci” è la storia dell’Ospedale Psichiatrico di Colorno e della città (della comunità) che seppe chiuderlo. Immaginandosi una risposta diversa alla malattia mentale: mai del tutto formulata, mai del tutto compiuta. Su cui ancora oggi si interroga. Perché non c’erano (e non ci sono?) ricette pronte, armi segrete, libretti di istruzione. Perché nessuno sapeva davvero come, ma bisognava provarci.

Il volume si apre con un’introduzione a firma di Pietro Pellegrini, Direttore del Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Azienda USL Parma, seguita dalla sezione “I matti esistono davvero: la memoria dei pazienti”: qui Paola Gennari raccoglie i ricordi di alcuni anziani ex pazienti dell’ospedale psichiatrico e dei loro famigliari, nel tentativo fornire ai lettori il punto di vista dei primiprotagonisti di questa storia. Ne emerge una serie di ritratti “senza filtro” eccezionalmente vividi ed emozionanti.

Valerio Cervetti, storico, è l’autore della seconda parte, intitolata “Dal manicomio al territorio: la storia”, in cui si dà spazio ad un ricco racconto – basato su una minuziosa ricerca d’archivio e sullo studio dei moltissimi contributi già prodotti sul tema – del rapporto tra Parma e la malattia mentale: dall’apertura della prima “Casa dei pazzi” nella centralissima Via D’Azeglio, a fine Settecento, al trasferimento nel Palazzo Ducale di Colorno un secolo dopo, fino alla nascita del movimento anti-istituzionale, alle battaglie di Mario Tommasini, alla direzione di Franco Basaglia e poi di Ferruccio Giacanelli, con le nascita dei servizi psichiatrici territoriali e delle strutture esterne, e infine alle legge 180 e la chiusura definitiva del manicomio, avvenuta negli anni Novanta.

Nella terza parte del libro, “Nella bocca del leone: testimonianze dal movimento” la giornalista Ilaria Gandolfi raccoglie le interviste ad alcuni protagonisti del movimento anti-istituzionale (psichiatri, assistenti sociali, infermieri, amministratori, volontari, storici, cooperatori) con l’obiettivo di lasciar emergere, quando non evidenziare, le molte – e molto diverse – anime che lo composero.

La quarta parte del volume ha il pregio di proporre un contributo inedito di Antonio Slavich, uno dei più stretti collaboratori di Franco Basaglia sia a Gorizia che a Parma, dove lavorò dalla fine degli anni Sessanta fino all’estate del 1971, prima di divenire direttore dei servizi di Salute Mentale di Ferrara.

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